Da oggi e con cadenza settimanale riprenderemo il commento di Alberto Baban e Giulio Buciuni, rispettivamente presidente e coordinatore del Comitato Scientifico della Fondazione Nord Est. Entrambi hanno solide esperienze internazionali a cui abbinano una conoscenza approfondita delle dinamiche economiche e sociali di questo quadrante d’Italia e d’Europa. Per Dolomind si tratta di un naturale allargamento dello sguardo, nella consapevolezza che quanto succede nel Bellunese ha in parte origine all’esterno. Se l’ambizione è entrare in dialogo con la molteplicità di soggetti che compongono la mappa delle nostre economie e delle nostre società, un primo passo necessario è conoscerne conoscerne le logiche e le traiettorie, anche attraverso lo sguardo di chi le osserva da una prospettiva più ampia.
Avvertenza: l’articolo di seguito riportato è stato originariamente pubblicato nella pagina LinkedIn di Fondazione Nord Est.
La situazione economica e industriale del nostro Paese non è semplice, e quella del Nordest non fa eccezione. Il costo dell’energia rappresenta certamente un problema, così come la pressione competitiva di economie che operano talvolta secondo regole diverse dalle nostre. Ma questi fattori acuiscono difficoltà più profonde, che accompagnano la trasformazione della nostra economia da decenni. E allora, anziché continuare a guardare il dito, forse varrebbe la pena cercare la luna. E la luna, in questo caso, ha un nome preciso: rigenerazione.
Dalla politica ai corpi intermedi, leggiamo continui richiami a politiche industriali capaci di rafforzare la base produttiva esistente, proteggere l’occupazione, difendere quote di mercato e tutelare le imprese da una concorrenza globale sempre più aggressiva e talvolta sleale. Sono preoccupazioni legittime, ma resta una domanda che troppo raramente trova spazio nel dibattito pubblico: cosa viene dopo?
Il primo quarto di questo secolo ci consegna alcune evidenze importanti. L’economia mondiale è cambiata profondamente, tra nuove frontiere tecnologiche, catene globali del valore riconfigurate e l’affermazione di nuove imprese, modelli di business e professioni. L’Europa ha spesso faticato a tenere il passo e l’Italia, più di altri Paesi, a rinnovare la propria struttura produttiva e a partecipare da protagonista ai nuovi cicli di sviluppo.
Il Nord Est è un territorio ricco di competenze, capacità imprenditoriali, conoscenze produttive e bellezza, ma sembra più preoccupato di difendere ciò che ha costruito negli ultimi quarant’anni che di immaginare ciò che potrebbe costruire nei prossimi venti. Eppure, la stagnazione dei salari reali e l’esaurimento della traiettoria espansiva dei primi anni Duemila ci ricordano che conservare l’esistente non può bastare.
Questo non significa abbandonare le imprese che abbiamo, né sottovalutare il patrimonio industriale costruito dalle generazioni precedenti. Difendere la capacità produttiva esistente e costruire quella futura sono obiettivi distinti, che richiedono strumenti e orizzonti temporali differenti.
La rigenerazione di un’economia passa dalla capacità di generare nuove imprese, trasformare quelle esistenti, attrarre competenze e intercettare opportunità industriali ancora emergenti. Le imprese che hanno fatto la fortuna del Nord Est possono diventarne protagoniste, mettendo a disposizione conoscenze, tecnologie, capitali e relazioni per contribuire alla nascita di nuove attività, anche in settori diversi da quelli che ne hanno decretato il successo.
È in questa prospettiva che, come Fondazione Nord Est, vorremmo aprire una riflessione sul futuro del territorio, che non si esaurisca nella ricerca di risposte alle difficoltà del presente, ma si interroghi sulle condizioni per una nuova stagione di sviluppo.
Cosa viene dopo, dunque? È una domanda da porci tutti, a partire dalle imprese, soggetto fondamentale di ogni possibile processo di rigenerazione economica.