A colloquio con Gioachino Bratti sull’acqua del Vajont che divide la memoria e chi la coltiva.
Sopravvissuto alla tragedia del 9 ottobre 1963, sindaco di Longarone per 20 anni, oggi ne ha 87, ma i suoi pensieri sono ancora affilati e precisi. Lo spunto della conversazione è l’uscita pubblica di Marco Paolini che, intervistato dal Corriere della Sera a ridosso del 63° anniversario, ha rotto il fronte di quanti si oppongono a ogni ipotesi di utilizzo delle acque residue del torrente Vajont. O, almeno, così è sembrato a molti, ignari forse della necessità di un intellettuale di interrogarsi, farsi domande e coltivare il dubbio. Intervistato da Gian Antonio Stella, Paolini aveva affermato: «Con il ghiacciaio della Marmolada ridotto com’è, possiamo permetterci di rinunciare all’acqua del Vajont?», e aveva avanzato l’idea di una sorta di banca dell’acqua nel bacino del Vajont gestita da un soggetto pubblico partecipato da tutti gli enti territoriali, quindi con il coinvolgimento diretto delle comunità.
Parole con un’inevitabile eco a Longarone dove le associazioni dei superstiti faticano, comprensibilmente, a traguardare l’orizzonte di quella diga che ancora oggi è il segno materiale di un lutto impossibile da elaborare. È un confine emotivo e con tutto il rispetto che si deve a chi ha subito una tragedia immane, colma di ingiustizie, non può essere giudicato.
Altra cosa è segnalare che quella linea di confine, si assottiglia man mano che dalla forra del Vajont si scende a valle, fino a scomparire tra i capannoni della zona industriale di Villanova, costruita sul greto di quello stesso fiume diventato sepolcro per 1.917 persone alle 22.39 del 9 ottobre 1963.
Anche per esplorare questo aspetto, abbiamo voluto sentire Bratti che, in questi mesi di accese discussioni sull’opportunità o meno di utilizzare l’acqua del Vajont che sia per fini idroelettrici o per adattarsi ai cambiamenti climatici in atto, è rimasto in silenzio.
«Il mio pensiero è molto chiaro. E diciamo così, l’acqua, secondo me quell’acqua va utilizzata. Va utilizzata preferibilmente non da un privato, ma da un ente pubblico e va utilizzata ad una sola condizione: che parte dei proventi, una parte diciamo abbastanza consistente, comunque una parte dei proventi venga destinata ad accordi di intesa con i comuni ad iniziative soprattutto della memoria. È un monito ad iniziative di sussidiarietà, ad iniziative sull’ambiente, quindi d’intesa naturalmente con i comuni e tutto quanto. Questo è il mio pensiero. Direi che, anzi, sono andato anche un po’ oltre quando dico che è doveroso utilizzare quell’acqua, perché nel momento in cui Longarone tanto ha ricevuto a seguito del disastro del Vajont, se adesso ci sono delle possibilità di usufruire di quei proventi per fare del bene e per ricambiare in qualche modo quello che ha ricevuto, questo deve essere fatto. Non devono essere utilizzati solamente per il profitto, devono essere utilizzati per quello che ho detto.
Però ci sono alcuni soggetti, tra cui i comitati dei superstiti, che si oppongono all’utilizzo di quell’acqua, affermando che quell’acqua ha un valore simbolico.
«Sì, loro dicono che utilizzare quell’acqua che tanto danno ha provocato è un’offesa alla memoria del Vajont e alle vittime».
Sul greto del Piave, proprio lì dove è avvenuta la tragedia si è costruito e si sono fatte attività produttive private. Parlo della zona industriale di Villanova.
«L’obiettivo era far rinascere Longarone. Già una settimana dopo la tragedia, rivedendo i documenti del sindaco di allora, Arduini, si capisce che quella era la volontà dei superstiti e della comunità bellunese. Si è detto: Longarone deve risorgere e deve riavere le strutture che aveva prima. Deve rivivere e avere la capacità di risostenersi».
Quindi a valle si è costruito e si è pensato al futuro, mentre a monte, l’acqua e l’ex bacino restano intoccabili perché hanno un valore simbolico. Ma allora tutto il comune aveva un valore simbolico. Non le sembra un’ipocrisia?
«Questa sì è un’ipocrisia. Effettivamente quello che dice lei stona. Questa dicotomia esiste. Da una parte si costruisce e dall’altra non si deve toccare un foglio. Comunque lei ha capito il mio pensiero, no?».
L’anno scorso in un’intervista al Gazzettino lei scriveva: “Serve una memoria che non sia sterile. Deve essere militante, feconda e produttiva e deve essere promotrice di valori e smuovere la coscienza”. Cosa intendeva?
«Sì, sì. Confermo, è così. Una memoria che si limita a ricordare è una memoria passiva, non produce. Rimane chiusa in se stessa, non è feconda».
Non produce pensiero, riflessioni, cosa intende precisamente?
«Diciamo che attorno a questa memoria devono fiorire dei valori. La memoria nel momento in cui non riesce a creare dei valori non riesce a far crescere le comunità. Non tanto sotto l’aspetto materiale, ma sotto l’aspetto della coscienza, sotto l’aspetto morale, non è una vera memoria. È un ricordo, un richiamarsi ai fatti di allora. Sì, io non riesco mica a capire chi dice: quell’acqua non va toccata per rispetto della memoria. Mi pare proprio un’affermazione fuori dal contesto. Dalla memoria devono scaturire dei valori, dei principi, deve rinascere la vita».