Tra Longarone e Arsiè vivono oltre 140 mila persone. Per competere e attrarre talenti e investimenti serve una scala di governo comune.
Tra Longarone e Arsiè, comprendendo la Valbelluna, l’Alpago e il Basso Feltrino, vivono 140.488 persone su un territorio di 1.411 chilometri quadrati. È un dato che cambia la prospettiva dalla quale osservare questa parte della provincia di Belluno. Non si tratta di una conurbazione continua e neppure di immaginare che possa diventarlo. Si tratta piuttosto di un sistema di centri, aree produttive e paesi collegati da relazioni che hanno progressivamente superato i rispettivi confini amministrativi. Per consistenza demografica, se fosse considerato unitariamente, avrebbe una dimensione paragonabile a quella di una delle maggiori città del Veneto.
Anche restringendo progressivamente il perimetro, la massa critica resta significativa. Gli undici comuni compresi tra Ponte nelle Alpi, Belluno e Feltre raccolgono 112.672 abitanti su 830,82 chilometri quadrati. Allargando l’area ad Alpago, Chies d’Alpago, Tambre e Setteville si arriva a 127.650 residenti e a 1.083,8 chilometri quadrati. Con Longarone e Soverzene si raggiungono 133.021 abitanti; aggiungendo Arsiè, Fonzaso e Seren del Grappa il totale sale a 140.488. Non serve perciò tracciare subito un nuovo confine sulla carta per riconoscere il fenomeno. Qualunque sia il perimetro che si consideri, esiste già una scala territoriale molto superiore a quella dei singoli comuni.
Dentro questo spazio si trovano inoltre quattro importanti aree industriali e un sistema produttivo al quale viene attribuita una capacità di esportazione che può arrivare complessivamente a 5 miliardi di euro all’anno. La sproporzione è evidente. Da una parte c’è un’economia che compete sui mercati internazionali e una popolazione che per lavorare, studiare, acquistare beni o utilizzare servizi si muove lungo tutta la valle; dall’altra rimane un’organizzazione pubblica costruita prevalentemente attorno ai confini dei singoli municipi.
È in questa distanza tra territorio reale e territorio amministrato che prende forma l’ipotesi della Città della Valbelluna.
Lo spopolamento cambia la scala delle decisioni
La discussione assume un significato diverso se viene collocata dentro l’andamento demografico della provincia. Dall’inizio degli anni Ottanta il Bellunese ha perso circa 21 mila abitanti, passando dai 218 mila del 1982 ai 197 mila di inizio 2025. La fase più intensa si concentra tra il 2011 e il 2025, periodo nel quale sono venuti meno oltre 14 mila residenti, circa mille persone all’anno.
Non è soltanto una riduzione statistica della popolazione. Con meno abitanti si restringe la base fiscale, diminuisce la disponibilità di persone in età lavorativa e diventa più difficile mantenere una rete di servizi molto distribuita. Anche il reclutamento di professionalità qualificate si complica, mentre il peso demografico della provincia nei confronti della Regione, dello Stato e dei grandi operatori economici tende a diminuire.
C’è poi un effetto meno immediatamente visibile. Gli enti rimangono sostanzialmente gli stessi mentre si riducono le risorse umane sulle quali possono contare e, contemporaneamente, aumenta la complessità delle funzioni che devono esercitare. Procedure europee, trasformazione digitale, gestione dei dati, transizione energetica, nuovi strumenti urbanistici, pianificazione della mobilità, partenariati pubblico-privati e politiche di attrazione degli investimenti richiedono competenze specialistiche che un’amministrazione di piccole o medie dimensioni non sempre riesce a costruire e mantenere al proprio interno.
Il problema diventa allora meno quello di stabilire quanti municipi sia opportuno conservare e più quello di comprendere quale dimensione amministrativa possa sostenere servizi, competenze e capacità progettuale adeguati nei prossimi dieci o vent’anni.
È proprio il declino demografico, da questo punto di vista, a rendere meno neutrale la conservazione dell’assetto esistente. Non cambiare le istituzioni mentre cambia profondamente il territorio non significa necessariamente mantenere l’equilibrio. Può significare chiedere alle stesse strutture di fare progressivamente di più con una popolazione più piccola
La competizione si è spostata sul territorio
A questa trasformazione se ne aggiunge un’altra che riguarda il modo nel quale si produce sviluppo. Negli ultimi decenni una parte della ricerca economica ha progressivamente spostato l’attenzione dalla singola impresa al sistema di relazioni nel quale l’impresa opera. Nei lavori di Giulio Buciuni e Giancarlo Corò sull’economia della conoscenza e sulla competitività dei territori emerge il ruolo assunto dagli ecosistemi produttivi, nei quali imprese, competenze, istituzioni, ricerca e reti locali concorrono alla capacità di innovare e di inserirsi nelle catene globali del valore.
La conseguenza riguarda direttamente un territorio industriale come quello bellunese. La competizione continua naturalmente a svolgersi tra aziende, ma una parte crescente delle condizioni che determinano il loro successo si costruisce fuori dai cancelli delle fabbriche. Disponibilità di competenze, infrastrutture, qualità dei servizi, collegamenti, abitazioni, formazione, capacità amministrativa e qualità della vita incidono sulla possibilità di assumere una persona qualificata, convincere un manager a trasferirsi, far nascere una nuova impresa o trattenere sul territorio un investimento.
Anche le ricerche di Andrés Rodríguez-Pose sullo sviluppo regionale hanno richiamato ripetutamente il ruolo delle istituzioni e delle caratteristiche specifiche dei luoghi. Nella sua lettura, le politiche territoriali non possono essere ridotte al trasferimento di risorse o all’importazione di modelli costruiti altrove. Qualità istituzionale, capacità di costruire cooperazione e leadership in grado di organizzare gli attori locali contribuiscono a spiegare perché territori con condizioni di partenza simili possano seguire traiettorie molto differenti.
Guardata da questa prospettiva, la Città della Valbelluna non è soprattutto un progetto di razionalizzazione amministrativa. È il tentativo di dare una dimensione istituzionale a un ecosistema che deve essere sufficientemente forte da competere con altri ecosistemi.
Belluno e Feltre hanno storicamente sviluppato relazioni differenti. Il capoluogo guarda verso l’Alto Bellunese e, attraverso l’asse autostradale, verso la pianura; Feltre mantiene un rapporto più diretto con il Vicentino. Anche il Piave ha contribuito a organizzare insediamenti e mobilità lungo due sponde che non sempre hanno sviluppato relazioni altrettanto intense tra loro. È una geografia che continua a esistere, ma alla quale se ne sovrappone ormai un’altra.
Un’impresa che deve assumere un ingegnere specializzato, una famiglia che decide dove trasferirsi o un investitore che cerca il luogo nel quale insediare una nuova attività difficilmente ragionano sulla competizione tra Sedico e Belluno oppure tra Feltre e Borgo Valbelluna. Il confronto riguarda sempre più spesso Treviso, Vicenza, Padova e gli altri sistemi urbani della pianura, dove popolazione, università, infrastrutture, servizi e mercato del lavoro raggiungono dimensioni che nessun comune bellunese può ricostruire da solo.
È su questo terreno che una Valbelluna di oltre 140 mila abitanti assume un significato diverso. Non annulla il vantaggio dimensionale delle grandi aree urbane, ma permette di organizzare risorse che oggi rimangono distribuite, costruire strutture tecniche più specializzate e presentarsi nei rapporti con Regione, Governo, università e investitori come un sistema economico e sociale riconoscibile. Da questo lato significa, in estrema sintesi, aumentare il peso politico. E non di poco.
Un territorio attrattivo non si costruisce con una sola politica
Il progressivo spopolamento rende ancora più evidente che lo sviluppo non può essere misurato soltanto attraverso il numero delle imprese esistenti o il valore delle esportazioni. Per il Bellunese diventa sempre più importante riuscire ad attrarre e trattenere persone. Giovani che decidano di rimanere, lavoratori qualificati disponibili a trasferirsi, famiglie che considerino la montagna un luogo nel quale costruire il proprio futuro, imprenditori e investitori che trovino condizioni favorevoli per sviluppare nuove attività.
È difficile ottenere questo risultato attraverso una politica settoriale. Un buon posto di lavoro può non essere sufficiente se mancano abitazioni accessibili, servizi per l’infanzia o collegamenti efficienti. Una qualità ambientale elevata perde parte della propria capacità attrattiva se non è accompagnata da servizi sanitari, cultura, formazione e connettività. Un sistema industriale competitivo può incontrare difficoltà a crescere se il territorio non riesce a offrire alle persone che dovrebbe assumere condizioni di vita comparabili con quelle di altre aree.
Economia, cultura, formazione, ambiente, turismo, innovazione, infrastrutture, servizi e capitale umano finiscono così per concorrere alla stessa reputazione territoriale. È l’insieme a determinare se un luogo venga percepito come quello nel quale vale la pena vivere, investire o costruire un percorso professionale.
La ricerca di maggiore competitività e quella di maggiore attrattività diventano quindi due facce dello stesso problema. Un territorio capace di attrarre competenze rende più competitive le proprie imprese; imprese innovative e posti di lavoro qualificati aumentano a loro volta la capacità del territorio di attrarre persone. La qualità delle istituzioni entra in questo circuito perché una parte di queste condizioni richiede decisioni pubbliche coerenti nel tempo.
È qui che la frammentazione amministrativa può trasformarsi da dato storico a vincolo. Se casa, trasporti, formazione, aree produttive, servizi culturali e politiche di innovazione vengono trattati come dossier distinti da amministrazioni differenti, diventa più difficile comporli in una strategia riconoscibile.
Lo stesso vale per il territorio. Piani regolatori separati possono produrre nuove aree commerciali concorrenti, espansioni edilizie incoerenti e consumo di suolo, mentre i centri storici e le frazioni perdono residenti e funzioni. Un piano territoriale unico permetterebbe di distribuire in modo razionale abitazioni, attività produttive, servizi e infrastrutture, proteggendo il paesaggio e riducendo la competizione improduttiva tra comuni confinanti.
Anche un museo, un teatro, un impianto sportivo o una biblioteca specialistica non possono essere valutati soltanto sulla base dei residenti del comune che ne sostiene formalmente i costi. Le infrastrutture culturali devono lavorare per un bacino ampio. La città unica renderebbe esplicita una realtà già esistente: alcuni servizi sono della Valbelluna anche quando si trovano fisicamente a Belluno, Feltre o in un altro centro.
Una valle che viene già utilizzata come una città
Nella vita quotidiana una parte di questo sistema esiste già. Per scegliere un luogo di lavoro, una scuola superiore, un’attività commerciale, una struttura sanitaria, un impianto sportivo o un’offerta culturale, il confine comunale conta molto meno di quanto conti nella macchina amministrativa.
I dati sul pendolarismo permettono di vedere con una certa precisione almeno una parte di queste relazioni. La Matrice del pendolarismo ISTAT del 2021 considera, in questo caso, le persone che almeno tre volte alla settimana lasciano la propria abitazione e vi fanno ritorno per raggiungere la sede di lavoro. Il risultato non restituisce l’intera mobilità della valle, ma offre una fotografia significativa del mercato del lavoro sovracomunale.
Tra Belluno e Sedico, sommando i flussi nelle due direzioni, si spostano per lavoro 2.049 persone: 1.027 residenti a Belluno lavorano a Sedico e 1.022 compiono il percorso inverso. Il dato è particolarmente interessante proprio per la sua simmetria, perché descrive due comuni che non funzionano semplicemente come centro e periferia, ma come parti dello stesso mercato del lavoro.
Proseguendo verso nord, tra Belluno e Longarone i pendolari sono complessivamente 1.392: 1.097 partono dal capoluogo per lavorare a Longarone, mentre 295 si muovono in direzione opposta. Tra Ponte nelle Alpi e Longarone se ne contano altri 760, dei quali 671 residenti a Ponte diretti a Longarone. Il polo produttivo longaronese appare così inserito in un bacino del lavoro che si estende ben oltre il proprio territorio comunale.
La rete non si sviluppa però soltanto lungo una direttrice nord-sud. Tra Belluno e Ponte nelle Alpi i movimenti nelle due direzioni raggiungono 1.297 persone; tra Belluno e Limana sono 1.231; tra Belluno e Alpago 1.096. A questi si aggiunge il rapporto tra Belluno e Borgo Valbelluna, che coinvolge complessivamente 1.147 pendolari: 869 residenti a Borgo Valbelluna lavorano nel capoluogo e 278 percorrono la strada inversa.
Se si guarda alla parte centrale della valle, emerge ancora più chiaramente una struttura a rete. Tra Borgo Valbelluna e Limana i movimenti sono 906, con 694 residenti a Borgo diretti a Limana e 212 nel senso opposto. Tra Borgo Valbelluna e Sedico se ne contano 798; tra Santa Giustina e Sedico 731. Sono numeri che rendono difficile descrivere questi comuni come mercati del lavoro separati, anche se continuano a esserlo sul piano amministrativo.
La continuità arriva fino al Feltrino. Tra Feltre e Borgo Valbelluna si muovono nelle due direzioni 823 lavoratori; tra Belluno e Feltre, nonostante la maggiore distanza, 644; tra Feltre e Sedico 502. Nel Basso Feltrino il rapporto con Feltre rimane a sua volta molto forte: tra Fonzaso e Feltre si contano 572 movimenti pendolari nelle due direzioni, mentre da Arsiè sono 187 le persone che raggiungono Feltre per lavorare, contro 40 che percorrono il tragitto inverso.
Presi uno per uno, questi spostamenti raccontano relazioni tra comuni confinanti o relativamente vicini. Considerati insieme mostrano qualcosa di diverso: una parte consistente della popolazione utilizza già la Valbelluna come un unico spazio economico, scegliendo il luogo nel quale abitare e quello nel quale lavorare senza farli necessariamente coincidere. Belluno e Feltre restano i due poli principali, ma attorno a loro operano nodi produttivi come Sedico, Longarone e Borgo Valbelluna e una rete di comuni residenziali e produttivi fortemente interconnessi. La geografia del lavoro appare, in altre parole, assai meno frammentata della geografia istituzionale.
Questa struttura rende anche più rilevante la qualità dei collegamenti. Feltre e Belluno distano poche decine di chilometri e lungo l’asse della valle si distribuiscono zone industriali, aree commerciali e servizi che attraggono ogni giorno persone provenienti da comuni diversi. La possibilità di abitare in un centro e lavorare o studiare in un altro rappresenta già una componente della qualità della vita della Valbelluna. Diventa anche uno strumento di attrattività, a condizione che gli spostamenti siano semplici e prevedibili.
Oggi le due principali direttrici sulle sponde del Piave assorbono una parte rilevante del traffico, mentre la ferrovia non svolge ancora la funzione di una rete urbana ad alta frequenza. L’ipotesi di una connessione più forte tra Feltre, Belluno, Longarone e l’Alpago, qualunque sia la soluzione tecnica, acquista perciò un significato che va oltre il trasporto. Ridurre i tempi di accesso ai servizi significa allargare il mercato del lavoro e consentire alle persone di scegliere con maggiore libertà dove abitare.
Per una famiglia che valuta se stabilirsi in provincia, la disponibilità di una scuola, di un ospedale o di un’attività culturale a venti chilometri può essere quasi equivalente alla loro presenza nel proprio comune se il collegamento è rapido. Può essere invece percepita come una distanza molto maggiore quando il trasporto pubblico è debole e l’unica alternativa è l’automobile.
Prima ancora di scegliere una tramvia, un servizio ferroviario potenziato o un sistema rapido su gomma, si pone quindi il problema del soggetto che organizza la mobilità dell’intera valle. Se gli spostamenti sono sovracomunali, anche la loro pianificazione deve potersi misurare sulla stessa dimensione.
Qualcosa di simile avviene nell’urbanistica. Una nuova area commerciale produce traffico nei comuni vicini; un insediamento industriale modifica il mercato del lavoro e la domanda abitativa lungo tutta la valle; un’espansione residenziale può entrare in concorrenza con il recupero di centri storici collocati a pochi chilometri. Decisioni formalmente comunali finiscono per avere conseguenze che comunali non sono.
Lungo il fondovalle, residenze, attività produttive e commerciali si sono sviluppate seguendo anche l’accessibilità delle principali arterie, producendo in alcuni tratti una successione di funzioni non sempre governata come parte di uno stesso sistema. Una pianificazione territoriale comune permetterebbe di affrontare insieme consumo di suolo, recupero dell’esistente, aree produttive, grandi insediamenti commerciali, infrastrutture e tutela ambientale.
Servizi migliori, non necessariamente servizi tutti uguali
L’attrattività di un territorio non richiede neppure che ogni comune disponga di tutto. In alcuni casi la qualità può derivare proprio dalla possibilità di concentrare risorse e professionalità in strutture capaci di servire un bacino più grande.
Un museo, un teatro, una biblioteca specialistica, un impianto sportivo o un servizio pubblico complesso possono trovarsi materialmente a Belluno, Feltre o in un altro centro senza essere destinati soltanto ai residenti di quel comune. Quando il bacino reale supera i centomila abitanti, cambia la dimensione sulla quale quelle strutture possono essere progettate, finanziate e valutate.
Vale anche il ragionamento inverso. Replicare ovunque la stessa offerta può sottrarre risorse alla possibilità di costruire servizi di maggiore qualità. Una programmazione comune consentirebbe di distinguere ciò che deve necessariamente rimanere vicino ai cittadini da ciò che può essere specializzato in alcuni poli, purché sia facilmente raggiungibile.
La stessa impostazione può riguardare le competenze amministrative. Un territorio che vuole presentarsi come luogo adatto a un’impresa innovativa o a una persona altamente qualificata ha bisogno anche di interlocutori pubblici in grado di accompagnare investimenti complessi, lavorare sui fondi europei, dialogare con università e centri di ricerca, utilizzare i dati e costruire politiche industriali. Non occorre che ciascun municipio disponga separatamente di tutte queste professionalità. Occorre che il territorio, nel suo insieme, le possieda.
Una struttura più grande non avrebbe quindi senso soltanto perché potrebbe eliminare alcune duplicazioni. Potrebbe averne soprattutto perché consentirebbe di fare cose che oggi nessuna delle amministrazioni riesce a sostenere con la stessa continuità e specializzazione.
Una regia unica non significa concentrare tutto a Belluno
Il passaggio da una logica comunale a una territoriale porta con sé un’obiezione che non può essere considerata marginale. L’integrazione potrebbe tradursi in una progressiva concentrazione delle funzioni nel capoluogo, facendo percepire Feltre, l’Alpago, il Basso Feltrino e gli altri centri come periferie di una Belluno ingrandita.
Se questa fosse la prospettiva, verrebbe meno una parte delle ragioni stesse del progetto. La Valbelluna è policentrica e la sua capacità attrattiva può dipendere anche dalla possibilità di offrire modi diversi di abitare e vivere il territorio. Belluno e Feltre svolgono funzioni differenti; i comuni della cintura industriale hanno proprie specializzazioni; centri più piccoli garantiscono una qualità residenziale che può diventare un elemento competitivo se collegata in modo efficiente a lavoro e servizi.
Il governo unitario non richiede quindi la concentrazione fisica delle funzioni. Un ufficio può trovarsi a Feltre, un servizio a Belluno, una struttura specialistica in un altro comune. Una strategia territoriale può anzi utilizzare questa distribuzione per rafforzare più poli anziché costruire un solo centro e molte periferie.
Rimane altrettanto importante la rappresentanza. La vita di una frazione, la manutenzione di uno spazio pubblico, il rapporto con un’associazione o una parte dei servizi rivolti direttamente ai cittadini traggono beneficio dalla vicinanza dell’amministrazione. In un territorio montano questa prossimità può avere un valore ancora maggiore rispetto a una città compatta.
Municipalità, sedi territoriali e strumenti di rappresentanza possono dunque convivere con un livello di governo più ampio. Il discrimine riguarda le competenze. Ciò che ha effetti prevalentemente locali può rimanere vicino alle comunità; ciò che determina le condizioni dell’intero ecosistema dovrebbe essere deciso alla scala dell’intero ecosistema.
Quando il coordinamento non basta più
Mobilità, pianificazione territoriale, politiche industriali, energia, grandi infrastrutture, attrazione degli investimenti e progettazione europea presentano una caratteristica comune. Le decisioni assunte in un punto del territorio modificano le opportunità e i costi degli altri.
Su queste materie un coordinamento tra amministrazioni può aiutare a costruire consenso, ma incontra un limite quando occorre scegliere. Localizzare un’infrastruttura, concentrare un servizio, stabilire quale area produttiva sviluppare o decidere dove non costruire producono inevitabilmente vantaggi e rinunce distribuiti in modo diverso.
Se ogni amministrazione conserva un potere finale sulla stessa politica, la decisione comune continua a dipendere dalla convergenza di interessi locali non sempre coincidenti. È una difficoltà particolarmente evidente quando l’obiettivo non è amministrare l’esistente, ma costruire una strategia di attrattività che richiede priorità stabili nel tempo.
Da qui deriva la necessità di distinguere il semplice coordinamento dall’integrazione. Condividere alcuni uffici può essere utile e può produrre economie. Costruire un ecosistema territoriale competitivo richiede però qualcosa di più: un soggetto capace di mettere insieme sviluppo economico, formazione, servizi, mobilità, ambiente e qualità urbana e di trasformare questa combinazione in una politica riconoscibile.
La forma istituzionale rimane discutibile. Può essere un comune unico articolato in municipalità, un’unione amministrativa dotata di poteri effettivi oppure un organismo sovracomunale al quale vengano trasferite funzioni precise. Le conseguenze politiche e organizzative sono differenti e devono essere valutate separatamente.
Ciò che conta, se si sceglie di governare alcune materie a scala territoriale, è che il trasferimento sia reale. Un organismo comune privo di personale adeguato, risorse e potere decisionale rischierebbe soltanto di aggiungere un altro livello alla frammentazione esistente.
L’integrazione avrebbe costi e problemi da affrontare
Anche una riorganizzazione ben costruita non produrrebbe soltanto vantaggi. Sistemi informatici, regolamenti, procedure e contratti devono essere armonizzati; gli uffici riorganizzati; servizi che oggi presentano standard differenti portati a livelli comuni. La fase iniziale richiede tempo e risorse.
Le economie derivanti dalla riduzione delle duplicazioni non dovrebbero quindi essere considerate l’argomento principale. Una parte delle risorse potrebbe essere utilizzata proprio per rafforzare competenze oggi insufficienti, con un risultato che non necessariamente consiste nello spendere meno ma nel disporre di un’amministrazione più capace.
Rimane poi il rapporto tra dimensione e rappresentanza. Nei piccoli comuni la relazione con sindaci e amministratori è spesso molto diretta. Allontanare il luogo della decisione può indebolire questa caratteristica e alimentare la percezione che le comunità minori abbiano perso peso. Non si tratta di una resistenza da liquidare come campanilismo, ma di uno dei problemi che qualsiasi progetto di integrazione dovrebbe risolvere.
La qualità istituzionale dalla quale dipende anche la competitività di un territorio non coincide infatti con la sola dimensione dell’amministrazione. Comprende capacità di decidere, competenza tecnica, trasparenza, responsabilità e possibilità per le comunità di partecipare. Una Valbelluna più grande avrebbe senso se riuscisse ad aumentare le prime senza sacrificare l’ultima.
Rendere attrattiva la montagna mentre diminuiscono gli abitanti
I 21 mila residenti persi dalla provincia dall’inizio degli anni Ottanta e, soprattutto, gli oltre 14 mila venuti meno dal 2011 dicono che il tempo modifica comunque gli equilibri esistenti. Se questa tendenza proseguisse, il territorio dovrebbe sostenere con una popolazione ancora più ridotta le proprie istituzioni, mentre servizi e competenze diventano progressivamente più complessi.
La risposta non può naturalmente essere soltanto amministrativa. Una fusione non produce nuovi abitanti e un’unione di comuni non convince da sola un giovane a rimanere. Il rapporto tra le due questioni è più indiretto e, probabilmente, più importante.
Rendere il Bellunese attrattivo per chi desidera vivere, lavorare, investire, innovare e costruire qui il proprio futuro significa intervenire contemporaneamente su lavoro, casa, formazione, cultura, mobilità, ambiente, servizi e qualità della vita. Significa, in altre parole, costruire un ecosistema nel quale imprese, comunità e istituzioni partecipino, con ruoli diversi, alla stessa traiettoria di sviluppo.
Le persone alle quali questo territorio deve rivolgersi non appartengono a categorie separate. Un giovane laureato può essere contemporaneamente un futuro residente, un lavoratore qualificato e un possibile imprenditore. Una famiglia valuta il posto di lavoro insieme alla scuola dei figli, all’abitazione e alla qualità dell’ambiente. Un’impresa che considera un investimento guarda alla disponibilità di competenze ma anche alla capacità del territorio di attrarle e trattenerle.
È su questa interdipendenza che può essere misurata la proposta della Città della Valbelluna.
Una popolazione di oltre 140 mila abitanti, quattro aree industriali, un sistema fortemente orientato alle esportazioni e una rete di servizi già utilizzata su scala sovracomunale costituiscono una massa critica che oggi esiste. Quello che manca è una capacità di governo equivalente, in grado di trasformare la somma di questi elementi in una strategia territoriale.
Belluno non dovrebbe inglobare Feltre, né Feltre perdere la propria funzione. Longarone, l’Alpago, il Basso Feltrino e gli altri centri non hanno bisogno di rinunciare alle proprie identità per partecipare a uno spazio comune. Il punto è piuttosto riconoscere che l’identità di una comunità e il perimetro nel quale vengono governate le politiche strategiche non devono necessariamente coincidere.
Tra Longarone e Arsiè la città, intesa come rete di relazioni economiche e sociali, esiste già. La scelta istituzionale consiste nel decidere se continuare a governarla come una somma di territori oppure provare a organizzarla come un unico ecosistema.
La forma rimane aperta e le alternative meritano un confronto puntuale. Fusione, unione amministrativa e gestione associata non producono gli stessi risultati. Ma se l’obiettivo è aumentare la capacità di competere e, attraverso questa, rendere il Bellunese più attrattivo per persone, competenze, imprese e investimenti, la questione della governance diventa parte della politica di sviluppo e non più soltanto dell’ordinamento degli enti locali.
Le comunità possono restare molte. I servizi possono essere distribuiti e le identità preservate. Per le politiche che determinano la competitività dell’intero territorio, invece, la regia e la responsabilità di governo devono essere uniche.
Riferimenti: Giulio Buciuni e Giancarlo Corò, Periferie competitive. Lo sviluppo dei territori nell’economia della conoscenza, il Mulino; per Andrés Rodríguez-Pose, tra i lavori di riferimento sul rapporto tra sviluppo, istituzioni e politiche territoriali, «Do Institutions Matter for Regional Development?», Regional Studies, e «The Revenge of the Places That Don’t Matter (and What to Do About It)», Cambridge Journal of Regions, Economy and Society.