Altro che ‘giovani sfaticati’: perché le imprese non trovano personale (ilDolomiti.it)

Su concessione dell’editore de ilDolomiti.it pubblichiamo l’articolo di Sandy Fiabane sul rapporto di Veneto Lavoro intitolato ‘Le ragioni del ‘no’: prospettive e nuove chiavi di lettura sul mismatch territoriale’. Dietro a pregiudizi su giovani che non vogliono fare sacrifici e aziende che non trovano manodopera, c’è un’analisi più complessa del divario tra domanda e offerta di lavoro

di Sandy Fiabane

Spesso si sente parlare di giovani sfaticati e non disposti a fare sacrifici, aziende che non trovano manodopera, persone che ‘osano’ rifiutare offerte di lavoro. È davvero così? Veneto Lavoro ha pubblicato un report che aiuta a far luce sul tema dell’incontro tra domanda e offerta nel mercato regionale.

Si chiama “Le ragioni del ‘no’: prospettive e nuove chiavi di lettura sul mismatch territoriale” e riporta i risultati di un’analisi che ha coinvolto lavoratori, centri per l’impiego, imprese, associazioni di categoria e altri soggetti. Tra i vari rilevamenti, alcuni meritano un’attenzione particolareperché aiutano a capire le dinamiche anche per la provincia di Belluno, dove spesso si parla di crisi di lavoratori (qui l’inchiesta).

Il ‘mismatch’, cioè il disequilibrio tra domanda e offerta, è però un fenomeno complesso, che riguarda fattori strutturali, demografici, economici e sociali. L’interno sistema economico regionale sta infatti conoscendo cambiamenti che portano sia a carenze di manodopera qualificata in settori emergenti sia a lavoratori in eccesso in quelli più tradizionali. A ciò si aggiungono tendenze demografiche come la riduzione della popolazione in età lavorativa, il rafforzamento della componente femminile e di quella straniera, l’innalzamento del livello medio di istruzione delle nuove generazioni: elementi che devono spingere le aziende a comprendere le caratteristiche di un bacino di lavoratori sempre più eterogeneo.

I lavoratori cercano la qualità

Cosa sta accadendo nel concreto? Prima di tutto, quando si tratta di cercare occupazione, i lavoratori non guardano solo alla retribuzione, che pur rimane il principale fattore: emergono infatti sempre più variabili qualitative, come tempi, distanza, conciliazione vita-lavoro e condizioni dell’ambiente lavorativo. Insomma, si cerca la qualità dell’occupazione. In più, è evidente, incide l’attrattività del territorio: condizioni di vita, servizi di cura, mobilità e alloggio sono determinanti. Per questo sono le politiche territoriali a dover intervenire: senza casa e servizi, i lavoratori se ne vanno.

Sono consapevoli di tutto ciò aziende e lavoratori? Poco, stando a quanto dichiarato dai centri per l’impiego. Le aziende rivelano infatti una scarsa conoscenza delle caratteristiche della forza lavoro: persistono pregiudizi e stereotipi (ad esempio l’età avanzata come sinonimo di scarsa disponibilità ad apprendere, mentre i giovani sono associati alla mancanza di esperienza e poca propensione al sacrificio), né mancano preferenze sulla nazionalità del candidato e sull’essere donna, oltre alla tendenza a selezionare solo in base a competenze tecniche.

Anche i lavoratori però sono poco capaci di leggere i fabbisogni delle imprese, adattare il proprio profilo alle figure emergenti e redigere efficacemente il curriculum. Inoltre, anche qui non mancano stereotipi e luoghi comuni: il lavoro è spesso associato al concetto di ‘precarietà’, con una resistenza verso alcuni settori e tipologie contrattuali.

La prospettiva delle aziende

Infine, è interessante la prospettiva delle aziende, approfondita tramite il progetto ‘Creare ecosistemi competitivi nei territori periferici: un progetto di ricerca per le aree interne di Treviso e Belluno’. Emerge anzitutto come spesso siano determinanti le rappresentazioni dominanti dei mestieri: se si continuano cioè a raccontare in modo tradizionale, anziché puntare sull’innovazione, l’attrattività sarà sempre più sfocata (qui l’esempio). Le aziende devono quindi cambiare narrazione, con testimonianze che rompano i luoghi comuni sull’estraneità di un territorio a determinate traiettorie disviluppo.

Inoltre, non basta più offrire un lavoro. Vale la pena leggere quanto dichiarato in proposito da una grande azienda: “Se resti alla convinzione che sei ‘datore’ di lavoro, quasi con un senso di onnipotenza verso i tuoi beneficati, non hai capito niente di come sono cambiate le mappe valoriali in particolare dei giovani, cosa che non va confusa con la poca voglia di lavorare. Quando assumo una persona devo saggiare le sue predisposizioni, farla girare per più reparti, farle conoscere coloro con cui entrerà in relazione, e alla fine farle capire perché l’ho scelta, che ho capito chi è e cosa vuole diventare”.

Si tratta quindi di innovare anche su questo fronte, perché i giovani considerano oggi non solo soldi e mansioni, ma anche prospettiva di carriera, relazioni, soddisfazione, utilità sociale. “I giovani – si legge – temono come la peste luoghi di lavoro basati sull’autorità vecchio stampo, la competitività individuale, un assorbimento eccessivo di tempo ed energia mentale. Pur essendo validissimi talenti e non ‘giovani sfaccendati’ come è facile etichettarli. Tant’è che in diversi giovani spaventano anche la noia, la ripetitività delle mansioni, lavorare in contesti nei quali non poter esprimere in pieno il loro potenziale”.

L’articolo originale lo trovate qui.

Scarica il rapporto completo di Veneto Lavoro sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro