In Italia ci sono pochi laureati e, per chi ha raggiunto il traguardo di un titolo di studio superiore, i vantaggi in termini di reddito sono limitati. Due aspetti, scrive il presidente della Fondazione Nord Est Alberto Baban in un fondo sul Corriere del Veneto, che contribuiscono ad ampliare il divario tra l’Italia e i paesi europei più avanzati.
Scrive Baban
solo il 30 per cento dei 25-34enni possiede un titolo terziario, ben 13 punti sotto la media europea. Ma il vero problema emerge dopo la laurea: la valorizzazione resta fragile e il divario con gli altri paesi avanzati è netto.
Secondo l’ultimo rapporto OCSE Education at a Glance 2025 (dati 2022), nota Baban, i giovani italiani con una laurea guadagnano in media il 25 per cento in più rispetto ai coetanei con il solo diploma. Una cifra che può sembrare rilevante, ma che diventa modesta se confrontata con il 45 per cento della Spagna, il 44 per cento della Francia e il 35 per cento della Germania. Anche il Master o il Dottorato offrono un ritorno limitato: più 29 per cento in Italia contro il più 46-69 per cento altrove. Il gap tra triennale e specialistica è di appena 11 punti: il più basso dell’Unione Europea. In Spagna e Finlandia lo scarto sfiora i 30 punti e in Francia arriva a 51, segnalando sistemi che premiano molto di più i titoli avanzati. Non si tratta solo di differenze statistiche: è la misura di quanto un Paese riconosce – o non riconosce – l’investimento formativo dei propri giovani.
In questo quadro il ricorso sempre più frequente nel mondo del lavoro a sistemi di intelligenza artificiale rischia di ostacolare l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani laureati.
Le ultime ricerche di Stanford e Harvard mostrano che i sistemi di IA stanno sostituendo proprio le mansioni tipiche dei profili junior: quelle che un tempo costituivano la rampa di lancio per i laureati. La sfida non riguarda soltanto la quantità dei laureati: sta emergendo un «gap del gap», che va dalla scarsa valorizzazione della formazione al rischio che essa diventi sostituibile dalle nuove tecnologie. Il titolo di studio può perdere rapidamente valore se le competenze non corrispondono a ciò che il mercato richiede e che l’IA non può replicare.
La soluzione, secondo Baban, non potrà essere dunque il mero aumento della quantità di laureati se non si aggiornano contenuti e percorsi in sintonia con traiettorie spesso imprevedibili della domanda formativa. Per l’Italia il vero terreno competitivo sarà anticipare quali competenze resteranno critiche, costruendo percorsi agili, interdisciplinari e capaci di adattarsi.