Belluno, da periferia a territorio competitivo

Presentato a in Consiglio regionale il libro di Andrea Ferrazzi sul rilancio della montagna. Dopo le Olimpiadi, la parola d’ordine è attrattività.

La montagna veneta non è condannata a essere periferia. Anzi, può rappresentare un modello di sviluppo competitivo basato sull’innovazione e sulla capacità di attrarre talenti. È questo il messaggio centrale del libro ‘Il futuro ad alta quota. Montagne, aree interne e periferie. La rivincita dei luoghi che vogliono contare’ di Andrea Ferrazzi, direttore generale di Confindustria Belluno Dolomiti, presentato questa mattina a palazzo Ferro Fini.

L’incontro, promosso dal consigliere regionale Nicolò Maria Rocco (Riformisti Veneti in Azione), ha visto la partecipazione di Giancarlo Corò, docente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, e di diversi amministratori locali, tra cui i consiglieri regionali Alessandro Del Bianco, Silvia Calligaro, Paolo Galeano e Rossella Cendron.

Periferico non significa depresso

«Un’area periferica non è necessariamente un’area depressa», ha chiarito Ferrazzi. Belluno ne è l’esempio: una delle province più industrializzate d’Italia, con un PIL tra i più elevati del Paese, un’alta qualità della vita e un tasso di disoccupazione fisiologico. Eppure rischia di diventare periferico in un contesto globale che premia le grandi aree urbane come Milano, Bologna e la via Emilia.

Il problema non è economico, ma culturale e sociale. «Fino ai primi anni Duemila le persone lavoravano in fabbrica e il lavoro era fonte di riconoscimento sociale», ha spiegato l’autore. «Col tempo certi mestieri, dall’artigianato alla cura, hanno perso questa funzione. I giovani cercano prospettive diverse, non per mancanza di opportunità ma per bisogno di riconoscimento».

Oltre gli stereotipi: servono nuove narrazioni

Ferrazzi ha smontato le narrazioni di comodo che troppo spesso condizionano le scelte politiche: la montagna come semplice parco giochi turistico o come santuario intoccabile del capitalismo romantico. «Serve una nuova visione», ha insistito. «Le politiche devono essere sensibili ai luoghi ma inserite in un contesto più ampio. La montagna non è un’isola economica e sociale».

La sfida olimpica, secondo l’autore, inizia ora, dopo la grande visibilità ricevuta dal territorio. L’obiettivo non è solo attrarre turisti, ma nuovi residenti. «Se non riusciamo ad attrarre persone, non riusciamo a mantenere i servizi di base. La parola chiave è attrattività a 360 gradi».

Il rischio del “terzo Industrial Divide”

Giancarlo Corò ha inquadrato il tema in una prospettiva più ampia: «Stiamo entrando nel terzo ‘Industrial Divide’, quello dell’economia basata sui fattori intangibili. Questo spiega perché ci si dirige verso i centri urbani: la conoscenza ha bisogno di reti e scambi personali».

Il rischio, ha avvertito il docente, è quello di Detroit: una città simbolo dell’automobile ridotta a scenario apocalittico da un’innovazione non governata. «I giovani se ne vanno perché cercano luoghi che valorizzino le loro conoscenze. Ma le uscite non hanno ancora raggiunto un livello patologico. La sfida sta nell’attrarre capitale umano e talenti globali».

L’università può giocare un ruolo chiave: nel mondo ci sono sette milioni di giovani che studiano in atenei diversi da quelli d’origine. «In Italia sono appena centomila, e spesso non riusciamo nemmeno a trattenerli», ha osservato Corò. «La montagna veneta ha carte da giocare sulla qualità della vita, anche per riequilibrare la convivenza con un turismo che, oltre una certa soglia, riduce la complessità del tessuto economico».

Pubblico e privato, insieme

«Il Novecento è finito», ha concluso Ferrazzi. «Pubblico e privato saranno decisivi per lo sviluppo dei territori. Non pubblico contro privato». Una sfida che il Veneto deve affrontare senza contare sull’inerzia di un modello ormai al tramonto, puntando su innovazione, attrattività e una nuova narrazione delle terre alte.