La costruzione di una nuova agricoltura di montagna passa dalla formazione. È da qui che prende forma l’iniziativa del Biodistretto Terre Bellunesi, che nelle scorse settimane ha avviato un ciclo di incontri formativi rivolti alle aziende biologiche e in conversione, primo tassello operativo di un progetto più ampio di rigenerazione territoriale.
Il programma, sostenuto da un bando del Ministero dell’Agricoltura, proseguirà nei prossimi mesi con nuovi appuntamenti e si svilupperà lungo tutto il 2026: gli incontri, dal taglio tecnico e con relatori qualificati, sono rivolti alle aziende biologiche e a quelle in conversione, ma possono aprirsi anche ad altri soggetti interessati. Il calendario sarà man mano aggiornato sul sito del Biodistretto, nella sezione Formazione: www.biodistrettoterrebellunesi.it.
«La formazione è uno strumento fondamentale per dare solidità a questo percorso – spiega Marcello Martini, presidente del Biodistretto Terre Bellunesi –. Non si tratta solo di aggiornamento tecnico, ma di costruzione di una comunità consapevole, capace di affrontare insieme le difficoltà strutturali dell’agricoltura in un territorio interamente montano come il nostro».
Un ruolo importante nella promozione delle iniziative e nel sostegno alle attività del biodistretto è svolto anche dalle associazioni di categoria agricole, che affiancano il percorso favorendo la diffusione delle opportunità formative e contribuendo a rafforzare il coinvolgimento delle aziende sul territorio.
Costituito formalmente nell’aprile 2024, il Biodistretto Terre Bellunesi nasce come risposta concreta a un contesto fragile, in cui l’agricoltura intensiva non è praticabile e dove il valore ambientale e l’unicità del territorio rappresentano al tempo stesso un limite e una risorsa. Oggi il biodistretto riunisce circa 70 aziende biologiche operative su 34 Comuni, che rappresentano quasi il 90% della superficie agricola biologica certificata della provincia di Belluno, insieme a una quarantina di soggetti pubblici e privati. Numeri che lo collocano tra i biodistretti più grandi d’Italia e tra i più rilevanti in Europa. Una iniziativa che si inserisce in un contesto innegabilmente complesso: il settore agricolo bellunese- così come nel resto d’Italia- soffre un grave problema di ricambio generazionale.
«Attirare giovani è una sfida aperta, che richiede un approccio collettivo e realistico. Non mancano infatti segnali di aziende che stanno regredendo dal biologico, schiacciate dai costi e dalla crescente complessità gestionale» continua Martini.
Un elemento distintivo è il modello di governance: per statuto, il biodistretto deve essere guidato almeno per il 50% più uno da soggetti agricoli certificati, a garanzia di un’impostazione realmente radicata nel settore primario. «Il biologico non è un prodotto, ma un metodo di produzione che va calato nel territorio, in quello che c’è e in quello che è possibile fare, senza inseguire modelli irrealistici».
Accanto alle aziende agricole, il biodistretto coinvolge gruppi di acquisto solidale, soggetti della trasformazione, amministrazioni locali e associazioni, con l’obiettivo di ricostruire collegamenti lungo una filiera più ampia che includa anche consumi, trasporti ed energia. «L’idea è quella di una rigenerazione della comunità che tenga insieme sostenibilità ambientale, economica e sociale», aggiunge il presidente.