In un’epoca di tempeste geopolitiche come quella che stiamo vivendo, l’idillio delle terre alte può apparire come l’ultimo rifugio possibile. Eppure, la montagna è molto più di una fuga dal caos delle metropoli. È un microcosmo dove si sperimenta un nuovo modo di abitare e lavorare. Scrive Aldo Bonomi su’ Il Sole 24 Ore:
Tempi cattivi, di tempesta geopolitica e geoeconomica. Microcosmi: che fare e dove andare con un terzo racconto? Andiamo in montagna con quel lessico di speranza che nella vulgata rimanda al resistere in un altrove altro dalla guerra, verrebbe da dire. Subito smentiti dal vedere l’urbanicidio con le immagini del sottosuolo come rifugio di sopravvivenza. Se poi ci aggiungi petrolio, gas, quotazioni della vita quotidiana, atomiche che si muovono, tracciati di flussi di bombe e rotte interrotte di navi ed aerei nel video game ipermoderno della Al riappare “L’uomo antiquato” tra l’umano e il disumano della guerra.
Eppur bisogna andare, almeno con il racconto in quelle terre rare dell’acqua del bosco del verde e dell’aria che all’umano rimandano. Diserzione dai flussi e tracce di speranza a cui inducono un libro e un docufilm: Il futuro ad alta quota di Andrea Ferrazzi (Rubettino) e Il tempo della montagna-ArchitetturAlpina in 10 storie di Francesca Molteni e Davide Fois.
Come ai tempi del Covid della pestilenza dei corpi, di cui la guerra è pestilenza delle menti con altri mezzi, e che mezzi!, angosciati dalla dissolvenza della comunità di destino planetaria cercammo aria ad alta quota o rifugio nel margine riappare la Montagna incantata. Tornando a Thomas Mann, stavolta la cupezza apocalittica di Naphta sembra prevalere sull’ottimismo modernista di Settembrini. Realisticamente Ferrazzi e Molteni ci evitano retoriche di borghi e vallate alpine ripopolate da un terziario smanettone messo al lavoro dall’intelligenza artificiale. Che mi pare ben impegnata sui cieli dell’Iran. Mi ritrovo con loro nel rovesciamento semantico avendo titolato La montagna disincantata un librino sollecitato da Mario Dalmaviva nel 2002. Disincanto come metodo del racconto e della rappresentazione che supporta il libro e il docufilm.
Andrea è direttore della Confindustria di Belluno nella “magnifica comunità” delle terre rare dei boschi per le galee della dominante Venezia, oggi laboratorio territoriale studiato per la risalita a salmone del distretto degli occhiali con la globalizzata Luxottica. Nessuna retorica del ci salverà l’impresa salmone del ripopolamento e del futuro ad alta quota. Come sostengo da tempo se non ci si metterà in mezzo tra coscienza di impresa e coscienza di luogo per Ferrazzi le terre alte sono a rischio di MONTAGNIA. Parola chiave del libro che va scomposta e ricomposta tra nostalgia et ideologia. Nostalgia del margine incantato che spesso diventa marginalità da localismo rancoroso o rarefazione da alta quota che ne fanno ideologia senza antropologia del vivere, abitare, lavorare, nella piattaforma alpina. Aggiungerei un capitolo interrogante sul cosa avviene della autodeterminazione dei luoghi quando Luxottica diventa flusso globale o quando il locale, Cortina, vola nei flussi dei grandi eventi come le olimpiadi?
(…) Libri e docufilm fanno racconto di un terziario riflessivo che evitando la MONTAGNIA con coscienza e conoscenza di luogo, fa rappresentanze di impresa e di professione sul crinale del neopopolamento dove si incontrano le storie dell’abitare della ArchitettuAlpinAppenninica. I microcosmi servono a mettersi in comune.