Da Belluno ai musei del mondo: la corsa di amuseapp

La piattaforma conta 100 siti culturali in Italia, 500 mila utenti nel 2025 e richieste da India, Cina, Svezia e Brasile. L’intervista al fondatore Marco Da Rin Zanco da parte di Marcella Corrà alla trasmissione Il Tedoforo

Se ci sono tanti dubbi sull’uso dell’intelligenza artificiale, anzi meglio dire sul suo abuso, ci sono però dall’altra parte tanti aspetti positivi che possono facilitare la vita delle persone nella quotidianità e soddisfare la sete di conoscenza. Uno di questi utilizzi è una piattaforma che si chiama amuseapp per migliorare la nostra conoscenza culturale, in particolare dei musei, delle mostre, dei monumenti. L’applicazione, nata dall’idea di un’azienda bellunese si sta rapidamente diffondendo: dalla Basilica di San Marco ai musei Vaticani, dal Parco archeologico di Pompei alle Gallerie dell’Accademia di Firenze, senza contare il Colosseo e i Fori Romani, sono sempre di più i siti culturali che si avvalgono di questa innovazione ‘bellunese’. E cominciano ad arrivare le richieste dall’estero.

Ospite del Tedoforo, la trasmissione realizzata dal Dolomiti media space di piazza dei Martiri in collaborazione con Telebelluno, Marco Da Rin Zanco spiega a Marcella Corrà, come è nata e come si sta sviluppando amuseapp. Grazie all’intelligenza artificiale, la piattaforma crea audioguide per musei e luoghi di cultura, personalizzando l’esperienza di visita in base alla lingua, all’età e agli interessi del singolo fruitore. E, cosa non da poco, riducendo drasticamente i costi per i gestori dei luoghi culturali, molti dei quali sono enti pubblici, e ampliando la flessibilità degli strumenti di comunicazione. L’applicazione nasce nel pensatoio di Larin, azienda bellunese fondata da Da Rin Zanco.

In sintesi che cos’è Larin Group, quando siete nati e che cosa fate? 

«Larin Group è un’azienda, inizialmente un’azienda poi si è moltiplicata, ma le aziende di Larin Group hanno un elemento in comune, quello di cercare di aiutare le aziende, le istituzioni a competere tramite due elementi, il marketing e la tecnologia. Dall’incrocio tra queste due discipline è nata la nostra azienda qui a Belluno nel 2011, oggi è un’azienda che conta circa 30 collaboratori, che lavora in tutta Italia e anche all’estero e in questa nostra storia, dato che uno dei miei soci, Michele Da Rold, viene dal mondo della conservazione e promozione dei beni culturali, fin da subito ci siamo occupati di progetti in ambito culturale, da cui poi è nata questa applicazione». 

Parliamo quindi di questa applicazione nata di recente una specie di spin off nel 2024. Con quale scopo e a chi è diretta? 

«Nasce dalla constatazione dei processi di acquisto di tecnologia da parte dei luoghi della cultura, dei musei, delle mostre. Di solito, acquistano un lavoro di programmazione. Anche la scorsa settimana ho visto un comune italiano non particolarmente importante, che grazie al PNRR fa una gara da 100.000 euro per costruire l’audioguida del proprio museo. In realtà non funziona così, perché è come se un’azienda che deve scrivere dei testi facesse una gara da 100.000 euro per programmare Word. In realtà Word si compra pagando 10 euro al mese. Nel mondo dei luoghi della cultura questa cosa non succedeva e non succede tuttora».

Quindi come nasce amuseapp? 

«Nasce dall’ipotesi di costruire la miglior tecnologia possibile e di darla a luoghi della cultura di ogni dimensione, noi abbiamo clienti piccolissimi e grandissimi, facendoli pagare solo in base alla loro dimensione ma dando a tutti il top diciamo della tecnologia e delle funzionalità».

Allora, io, fruitrice di mostre, come sono nella realtà, come la utilizzo praticamente? 

«Dal punto di vista pratico per l’utente finale, dividiamo come la utilizza chi organizza la mostra e come la utilizza il fruitore di mostre. Allora, chi organizza la mostra ha a disposizione una suite completa. La nostra parola chiave è accessibilità, in che senso? Faccio una metafora, qual è oggi secondo me il concorrente dei musei, delle mostre e quant’altro? Sono le piattaforme tipo Netflix. Che cosa danno le piattaforme tipo Netflix? Offrono, grazie alla tecnologia, un’esperienza per cui io in 30 secondi individuo dei contenuti adatti a me, con un linguaggio adatto a me, con una linea narrativa adatta a me. Allora, questa cosa qua, i teorici della promozione dei beni culturali la scrivono dagli anni 70-80, cioè dicono che un museo dovrebbe avere un itinerario per i bambini, un itinerario per i non vedenti, un itinerario per gli appassionati, un itinerario breve, un itinerario lungo. Nella pratica però tutta questa cosa qua vuol dire una montagna di lavoro e dei costi incredibili».

Fino all’introduzione dell’intelligenza artificiale generativa

«Infatti, noi abbiamo creato un agente di intelligenza artificiale dove ad esempio il curatore di una mostra butta dentro in un basket tecnologico contenuti grezzi e a quel punto questo l’agente AI si occupa di creare la guida per i bambini, la guida per gli esperti, la guida corta, la guida in coreano o in qualsiasi altra lingua. Tutte queste sono bozze che ovviamente un luogo della cultura può vedere, controllare e verificare prima di validarle. L’agente crea i testi, le immagini, gli audio, le musiche di sottofondo, eventuali rumori. Insomma fa tutto il lavoro di presentazione e confezionamento per cui il visitatore alla fine che cosa fa? Arriva alla mostra inquadra un QR code col suo telefono – non c’è nemmeno un’app da scaricare – e gli viene chiesto a quale target appartiene (bambino, esperto, appassionato, ecc.) e quanto tempo ha per visitare la mostra. A quel punto l’agente ha tutte le informazioni necessarie e restituisce al visitatore l’itinerario adatto».

Ma come fa a identificare la mia necessità o sono io che vado in cerca di qualcosa di specifico? Cioè io guardo attraverso il QR code e dico: a me serve quello? 

«Si inquadra il QR code, la lingua ovviamente viene presa dall’impostazione del telefono e si risponde a due domande. Si sceglie il target e la durata della visita e da lì parte l’itinerario più appropriato. Quindi la nostra missione è dare a ogni tipologia di visitatore i giusti contenuti».

Quanto è complessa questa operazione, anche dal punto di vista della costruzione, dal punto di vista economico, i partner?

«È enormemente complessa. Io sono arrivato ad amuseapp dopo 13 anni di vita imprenditoriale in ambito innovativo, ma di un’azienda classica. Fare una startup ha tutte le nuove logiche oggi. amuseapp è una startup finanziata dal Ministero del Turismo, da Cassa Depositi e Prestiti, insomma ci sono tutta una serie di rapporti con gli investitori tradizionali, ci sono delle dinamiche particolari e poi c’è l’aspetto tecnologico dove effettivamente è chiaro che, come dire, una persona usando ChatGPT può fare molto, però ad esempio fare sì che ci sia una coerenza di questi contenuti, la verifica delle fonti, richiede tutta una serie di competenze su tecnologie che tra l’altro cambiano di mese in mese».

Come è stata accolta questa novità nel mondo culturale sia italiano che straniero? 

«Allora, la soluzione è del 2024 e sembra ieri, è ieri, però devo dire che è cambiata molto la percezione. All’inizio c’era un enorme scetticismo nei confronti dell’intelligenza artificiale. Per esempio ci chiedevano: ma saprà fare le traduzioni? Non è meglio se le facciamo rivedere? Adesso in realtà c’è una grossa società di traduzione che usa la nostra tecnologia. Però, tendenzialmente sono rimasto colpito. Gli operatori culturali sanno stare più al passo di quanto pensassi. Ci sono stati alcuni mesi iniziali di scetticismo, ma poi sono rimasti molto stupiti e aperti all’adozione di amuseapp». 

Dove siete diffusi? Quanto siete diffusi? 

«Diffusi in tutta Italia, abbiamo circa un centinaio di luoghi della cultura. Nel 2025 abbiamo avuto mezzo milione di utenti attivi, quindi 500 mila persone l’hanno utilizzata, per un 50 per cento italiani e per un 50 per cento stranieri da 150 paesi del mondo, quindi abbiamo avuto iraniani, afghani, indiani… questi sono visitatori delle mostre o dei musei che hanno utilizzato la nostra audioguida e quindi hanno chiesto una lingua specifica, hanno usato la nostra tecnologia e in questo momento ci stiamo strutturando perché abbiamo richieste di utilizzare la nostra piattaforma dall’India, dalla Cina, dalla Svezia e dal Brasile». 

Da singole realtà museali di questi paesi?

«Sì, esatto. Da singole realtà museali, alcune anche molto importanti». 

Nel Veneto dove siete presenti? 

«Il top è Palazzo Ducale a Venezia, tutti i musei civici veneziani, ma anche piccolissime realtà». 

Quindi io entro in un museo per vedere una mostra e dove pago il biglietto ho questa visione del QR code che mi consente di scaricare l’audioguida, esatto? 

«Ci sono alcuni musei che lo offrono gratuitamente a tutti i visitatori, altri che la vendono come un servizio accessorio». 

I musei che vi contattano anche dall’estero, verificano poi i contenuti che voi mettete per vedere che siano in linea ovviamente con la realtà? 

«Una delle caratteristiche di amuseapp rispetto ad altre soluzioni che ovviamente stanno nascendo è che non crea i contenuti in tempo reale, cioè non li crea mentre tu visiti la mostra, ma li crea a monte in modo che il curatore possa controllarli e verificarli prima di dare l’ok. lVa detto comunque che le modifiche nella maggior parte dei casi sono minime, perché comunque l’intelligenza artificiale utilizza ed elabora il materiale ufficiale che già questi enti hanno messo a disposizione, quindi è abbastanza difficile andare fuori strada». 

Come detto vi state già molto espandendo. In quanti siete che lavorate su questo progetto? 

In realtà, essendo una startup, è un team molto leggero. Siamo in sei persone, due programmatori, due venditori, uno al marketing e una persona all’amministrazione?