Assistiamo alla crisi di un intero paradigma socio-economico. La nuova energia arriverà dai talenti globali ma va messa a sistema.

Se c’è una cosa positiva nella mancata qualificazione al Mondiale è l’aver risvegliato un senso collettivo di urgenza. Continuo a pensare che questa discussione non riguardi solo il calcio, ma anche il fare impresa in Italia. Sono due fenomeni diversi, ma nascono da una matrice comune. Quando una società è giovane, mobile e più esposta al rischio, genera più facilmente sia il ragazzo che salta l’uomo sia quello che apre un’impresa. Quando invece invecchia, si protegge e si patrimonializza, quella stessa energia si fa più rara. In un caso diminuisce il genio offensivo, nell’altro l’imprenditorialità.

Per circa 40 anni l’Italia è stata una potenza in entrambi i campi. Quella forza non nasceva da una regia centrale ma dal basso, dalle strade e dai garage. Lì si formavano i campioni. E negli stessi luoghi nascevano anche migliaia di imprese.

Quella spinta però oggi è finita e rimpiangerla non serve a nulla. E più utile capire come altri paesi hanno reagito. Nel calcio, Germania, Spagna e Francia hanno costruito modelli più organizzati, investendo in infrastrutture, scouting e formazione. Tutto vero. Ma c’è anche un altro aspetto.

Una parte decisiva del loro talento più puro, quello che a noi manca, arriva da seconde generazioni. Musiala in Germania, Yamal in Spagna, Mbappé in Francia. Non è un dettaglio. È il segno che questi paesi non hanno solo costruito un modello ma hanno anche saputo valorizzare nuova energia sociale.

Anche in Italia qualcosa del genere si intravede già. Penso a Ndour, Ekhator e Koleosho nell’Under 21. E sul fronte economico a una parte delle nuove imprese avviate da seconde generazioni o da persone cresciute in contesti dove la pressione all’ascesa è forte. Questa energia però non basta da sola. Va cercata, coltivata e messa a sistema.

Ed è qui che il ragionamento sul calcio incrocia quello sull’impresa. Se nel calcio oggi tutti parlano di rifondazione e programmazione, nel fare impresa si fa troppo poco, nonostante da tempo produciamo poche nuove imprese di successo.

Se il garage non basta più, allora serve il laboratorio. E a mio avviso, un laboratorio per il fare impresa deve fondarsi su 4 pilastri:

Formazione: Scuole di impresa territoriali, non come aule astratte ma come luoghi dove si impara facendo (basta incubatori vuoti)
Accompagnamento: Capitale iniziale pubblico e privato e supporto operativo per le idee migliori
Coinvolgimento delle imprese esistenti: Le imprese medio grandi devono diventare per il fare impresa ciò che i grandi club sono per il calcio giovanile
Scouting: Cercare talenti in Italia e nel mondo da innestare su risorse e basi produttive esistenti

Il garage non tornerà per decreto e i giovani non torneranno a giocare dal parroco. Ma il laboratorio può servire proprio a questo. Riconoscere la nuova energia sociale, selezionarla e darle una traiettoria.