Falegnameria Hermann, vent’anni di sostenibilità applicata

Dal legno non trattato ai processi circolari: il percorso che ha portato l’azienda artigiana alla certificazione ESG

I primi vent’anni di attività della Falegnameria Hermann delineano una traiettoria coerente, costruita su scelte precise e su un’idea di sostenibilità applicata, quotidiana e misurabile. Un percorso che ha portato, pochi mesi fa, al riconoscimento formale con la certificazione ESG e che affonda le sue radici nella visione sviluppata nel tempo da Hermann Sala e da Vania Pramaor, anima organizzativa e strategica dell’azienda.

 La sostenibilità, qui, parte dal prodotto: la falegnameria ha scelto di prediligere la lavorazione di legname non trattato, l’utilizzo di colle viniliche a bassa formaldeide e la proposta di arredi non verniciati. Una filosofia che riduce l’impatto ambientale e migliora la qualità degli spazi, lasciando emergere la qualità e le caratteristiche della materia prima. Oggi infatti circa il 70% della produzione riguarda arredi naturali, pensati per abitazioni, alberghi e ristoranti, in particolare nel contesto alpino.

«Abbiamo deciso di togliere, non di aggiungere: meno trattamenti, meno chimica, più rispetto per il materiale e per chi vive gli spazi», spiega Vania Pramaor. «È un approccio che richiede più attenzione progettuale, ma restituisce valore nel tempo».

Accanto al prodotto, sono i processi a definire il profilo ambientale e sostenibile dell’azienda: negli anni più recenti la Falegnameria Hermann ha sviluppato infatti un sistema strutturato di recupero degli scarti di lavorazione. Un impianto di aspirazione, integrato da un bypass dedicato, consente di separare il legno vergine da quello trattato: il primo viene convogliato in un silos e riutilizzato come risorsa energetica, il secondo viene smaltito secondo le normative. Il legno non trattato alimenta il riscaldamento degli spazi produttivi e fornisce energia alle presse a caldo, rendendo l’azienda autonoma al 100% su questi fronti.

Nei mesi estivi entra in gioco il sole. Un impianto fotovoltaico consente oggi alla falegnameria di autoprodurre circa un terzo del proprio fabbisogno energetico. Il risultato è un circolo virtuoso che riduce drasticamente gli sprechi e l’utilizzo di fonti esterne, trasformando ciò che normalmente è uno scarto in una risorsa interna.

La sostenibilità passa anche dalla filiera. Tutti i pannelli multistrato utilizzati provengono esclusivamente da fornitori certificati e una parte significativa delle lavorazioni utilizza legno di recupero, reinterpretato in chiave contemporanea per progetti su misura. Una scelta che incontra la sensibilità di un mercato sempre più attento: tra il 20 e il 30% del fatturato oggi arriva oggi dalla Svizzera, mentre in Italia il lavoro si concentra soprattutto nel settore hospitality, tra alberghi e ristoranti delle Dolomiti.

«C’è poi una dimensione sociale, spesso meno visibile ma altrettanto centrale: in azienda lavorano 13 persone, tra cui anche una donna falegname, a testimonianza di un artigianato che non si limita a custodire competenze tradizionali, ma prova a renderle attrattive e attuali» conclude Vania.