Non solo una questione di stipendi: ragazze e ragazzi cercano società aperte, fiduciose e con aspettative positive
Il tema non è nuovo. Ma il confronto si è fatto più netto. A rilanciarlo è stato il direttore di Confindustria Belluno Dolomiti, Andrea Ferrazzi, con un post su LinkedIn che ha rimesso al centro una domanda scomoda: perché il Veneto, una delle regioni a maggiore vocazione manifatturiera d’Italia continua a perdere giovani qualificati?
Non una questione solo economica, sostiene Ferrazzi. Il punto è la prospettiva di futuro che un territorio è in grado di offrire.
Richiamando le riflessioni di David Goodhart, Ferrazzi evidenzia la crescente polarizzazione tra ‘lavoro della mano’ e ‘lavoro della testa’. Il secondo — più qualificato, creativo, innovativo — tende a concentrarsi nelle grandi aree urbane globali. È lì che si addensano opportunità, ricerca, servizi avanzati. Ed è lì che si costruisce l’attrattività.
Il Veneto, invece, continua a eccellere nel ‘fare’, ma fatica a presidiare il ‘pensare. Produce valore, ma — è la tesi — non sempre produce immaginario. In questo quadro la dimensione decisiva è emotiva, nel dettaglio, l’emotività collettiva.
«I territori», scrive il direttore di Confindustria Belluno, «non sono solo sistemi economici, ma sistemi con uno specifico clima sociale caratterizzato da emozioni collettive che nascono da narrazioni prevalenti. Dove sono preponderanti fiducia, apertura e aspettative positive, si generano comportamenti orientati al rischio e all’innovazione. Dove dominano incertezza, nostalgia o chiusura, vince invece una (ir)razionalità difensiva. I giovani — spesso inconsapevolmente — leggono questo clima e vi reagiscono». Tendono ad andarsene dai luoghi incapaci di tramettere prospettive perché, se il discorso pubblico è prevalentemente orientato al passato e declinato sulle corde della nostalgia, ragazze e ragazzi si sentono automaticamente esclusi dal contesto.
Il mondo del lavoro, ma soprattutto le nostre società stanno evolvendo rapidamente. Le nuove tecnologie ne stanno diventando la spina dorsale ma per dominarle senza esserne sopraffatti c’è un bisogno vitale di competenze qualificate di ogni genere, tecniche e umanistiche. Nulla sarà più come prima. Le generazioni più giovani fiutano prima di tutti dove spira il vento della contemporaneità e, non a caso, scelgono quei luoghi che potenzialmente diano loro spazio e ruoli.
I dati lo confermano, scrive ancora Ferrazzi: «Secondo l’OCSE (Regions and Cities at a Glance), le aree che attraggono e trattengono capitale umano qualificato sono quelle caratterizzate da elevata densità di conoscenza, integrazione tra università e impresa, qualità dei servizi e apertura internazionale. Non semplicemente da livelli salariali più alti. Che, sottolineo a scanso di equivoci, sono comunque importanti».
Le reazioni: tra pragmatismo e visione
Il post ha generato un confronto articolato. A partire dal mondo accademico. Fabrizio Dughiero, direttore del dipartimento di ingegneria industriale dell’Università di Padova invita a non cadere nel ‘benaltrismo’, ovvero nella tentazione di rimandare ogni soluzione in nome di problemi più grandi. Le misure immediate — come le borse di impiego — non bastano, ma sono necessarie. Rimandare tutto a un ecosistema ideale significa, di fatto, non agire.
Il dato citato è significativo: oltre 7.000 neolaureati veneti hanno lasciato la regione nell’ultimo anno, con un aumento marcato rispetto al passato. Un segnale che impone risposte rapide, accanto a quelle di sistema.
Il punto, per il mondo universitario, non sta nella scelta dicotomica tra visione e azione, ma è necessario procedere su entrambi i piani.
La posizione degli economisti: la trappola della produttività
Ancora più strutturale la lettura proposta da Giancarlo Corò, docente a Ca’ Foscari.
Il problema, sostiene Corò, è una vera e propria trappola della bassa produttività che genera un circolo vizioso secondo il seguente schema:
• produttività bassa → salari contenuti
• salari bassi → minore attrattività
• minore attrattività → meno talenti e meno innovazione
Il risultato è un sistema che fatica a fare il salto verso attività ad alto valore aggiunto. Secondo un rapporto OCSE di prossima pubblicazione — anticipato nel dibattito — negli ultimi vent’anni la competitività del Veneto è stata sostenuta anche da una riduzione relativa dei salari rispetto ad altre regioni europee comparabili. Un modello che oggi mostra i suoi limiti. E una responsabilità, sottolinea Corò, che riguarda tutti gli attori. Imprese incluse.
Oltre l’economia: il ruolo delle narrazioni
Nel confronto emerge anche un altro livello, meno visibile ma decisivo. I territori non sono solo sistemi economici. Sono anche sistemi di senso. Le scelte dei giovani non dipendono solo da stipendi e incentivi, ma da ciò che percepiscono: opportunità, apertura, dinamismo. In una parola, futuro. Qui entra in gioco il tema delle narrazioni. Quelle identitarie che favoleggiano un passato idilliaco appartengono alle generazioni più anziane e sono dominanti nelle aree periferiche e marginali, ma tengono a distanza ragazze e ragazzi che, al contrario, cercano ispirazione nella fiducia e desiderano un ecosistema in grado di generare aspettative positive, esattamente ciò che offrono le grandi aree urbane.
Sono queste narrazioni positive, sottolinea Ferrazzi nel suo intervento, «a costruire le emozioni collettive che orientano i comportamenti individuali».
È rilevante la consapevolezza crescente non solo del problema, ma da quale angolo vada affrontato, ammesso ce ne sia uno solo. Il Veneto non è in declino, è un territorio a un bivio. Da un lato un modello che ha funzionato per decenni: manifattura diffusa, competitività sui costi, forte capacità produttiva.
Dall’altro, la necessità di una transizione i cui ingredienti sono radicalmente differenti rispetto anche solo a venti anni fa: più conoscenza, più innovazione, più valore aggiunto. Perché la complessità crescente richiede maggiore sofisticazione del pensiero e la raffinatezza di competenze aggiornate di continuo.
La questione, in definitiva, non è solo trattenere i giovani. È costruire un contesto in cui valga la pena restare. Perché, come emerge chiaramente dal confronto, i talenti non seguono solo il lavoro. Seguono il futuro.
Photo by Ketut Subiyanto