I salari non crescono per decreto

Aumentare gli stipendi aiuta nel breve. La vera sfida è creare aziende con margini elevati e capacità di intercettare il nuovo ciclo tecnologico

La proposta fatta da un gruppo di manager, accademici e sindacalisti di integrare gli stipendi dei neoassunti per avvicinarli ai livelli europei ha riportato l’attenzione sulla competitività del Veneto e, più in generale di tutti quei territori che faticano ad accettare la transizione da poli industriali novecenteschi ad hub dell’innovazione. E ha avviato una accesa discussione sull’attrattività dei territori.

Perché, al netto che si parli di giovani o di professionisti maturi, di talenti o di ‘semplici’ lavoratori qualificati, qui è quasi sempre lo stesso il punto di arrivo. Di partenza, meglio, visto che chi può fa le valigie prende un aereo e nella maggior parte dei casi torna per qualche settimana di vacanza tra Natale e l’estate.

Il Veneto, inteso come ecosistema economico, non solo fatica a trattenere chi ha acquisito un titolo di studio o competenze sufficienti da spendere nel mercato più ricco mercato del lavoro europeo (ma anche solo milanese o emiliano, va detto). Soprattutto, risulta poco attrattivo per le stesse figure professionali desiderose di fare esperienze ‘lontano da casa’, al di fuori della propria comfort zone. Ecco, escludendo chiaramente alcune eccezioni, il Veneto nella geografia degli arrivi è un punto in mezzo al nulla, un non luogo. Vale per il Veneto e vale per moltissime altre aree del Paese a onor del vero.

Va riconosciuto infatti che la proposta di misura dei top-up salariali ha avuto il grande merito di riportare al centro del dibattito pubblico il vero elefante nella stanza a Nordest, ossia quello dei salari inadeguati. Che non riguarda solo i giovani ed è un problema italiano, con poche eccezioni.

I salari, però, non crescono per decreto e lo sanno bene anche i proponenti di questa misura. Sono prima di tutto una funzione della capacità delle imprese di generare e distribuire ricchezza.

A mio avviso il tema da affrontare con urgenza è uno solo e si chiama competitività del sistema produttivo. Quanto valore generano oggi le imprese a Nordest? Quante sono davvero in grado di operare con margini elevati, ad esempio con un ebitda – cioè la capacità di generare valore, ricchezza – superiore al 20 per cento? E, soprattutto, siamo capaci di immaginare una nuova generazione di imprese in grado di intercettare il nuovo ciclo tecnologico?

Bisogna avere il coraggio di riconoscere che un ciclo, quello industriale delle imprese diffuse, delle PMI, dei distretti etc, ha raggiunto la sua piena maturità. E quando un ciclo arriva a maturazione, la competizione tende a spostarsi sul prezzo, comprimendo margini, salari e spazio per nuovi investimenti.

Per questo, l’integrazione dei salari può essere uno degli interventi che nel breve periodo aiuta a frenare l’uscita di capitale umano qualificato, ma lo è se intesa come misura di accompagnamento. Per invertire le tendenze in atto è infatti necessario ripensare il modello economico – e sociale – grazie al quale un territorio riesce a creare valore. Il passaggio da distretto produttivo a economia della conoscenza, dove il valore sta a monte e a valle della produzione, fa leva sulla finanza, sull’alta formazione e sul capitale umano. È un cambio di paradigma epocale per il nostro Veneto e richiede idee, impegno e la capacità di rimettersi in discussione da parte di tutti gli attori: istituzioni, imprese, corpi intermedi, parti sociali e mondo accademico.