Un ragionamento complesso, ma essenziale, con Paola Zannoni, presidente della Fondazione Architettura Belluno Dolomiti. E una proposta: colleghiamo la quarta città del Veneto con una tramvia.
Viviamo nella quarta città del Veneto per popolazione, con quasi 120.000 abitanti, più grande di Vicenza, Treviso e Rovigo, dove ci sono quattro aree industriali che producono fino a 5 miliardi di export all’anno: una potenza economica che però, nonostante le recenti aggregazioni di Borgo Valbelluna, Longarone e Castellavazzo, vede ancora 13 comuni che insistono su quest’area, che regolano e talvolta duplicano funzioni.
Venerdì 19 dicembre al Tedoforo, il programma frutto della collaborazione tra Confindustria Belluno Dolomiti e Telebelluno, abbiamo intervistato Paola Zannoni, architetto e presidente della Fondazione Architettura Belluno Dolomiti. Nella sua tesi di laurea del 1993 aveva studiato e ipotizzato la ‘città diffusa’ della Valbelluna.
È passato molto tempo dai tempi della sua tesi. Sono cambiati i presupposti per la realizzazione della città diffusa della Valbelluna oppure è ancora un tema attuale?
Direi che resta un tema attuale, perché la città diffusa si comprende leggendo il territorio. All’epoca facemmo questo lavoro di lettura di ciò che era accaduto nell’edilizia dal boom economico degli anni ’70 al 1990. In sostanza, l’edificato era ‘sceso’ dai piccoli centri urbani storici della linea collinare e si era collocato lungo un’arteria, che era l’asse viario. La tesi riguardava un’area geografica situata nelle Alpi, nel Feltrino.
Sicuramente l’asse del Piave ha sempre costituito, e direi che lo fa tuttora, una barriera piuttosto importante. Quindi la discesa a valle degli abitanti, che hanno trovato nel fondovalle servizi chiaramente molto più comodi rispetto allo stare in quota, e una forte frattura tra destra e sinistra Piave. Ma aggiungerei anche due polarizzazioni: Belluno, che certamente dialoga di più con l’Alto Bellunese, per poi spostarsi verso sud con l’autostrada; e Feltre, che invece dialoga chiaramente di più con il Vicentino. Quindi quest’area, che potremmo tenere insieme dal punto di vista geografico, in realtà, per i suoi processi di sviluppo, non è mai stata considerata un unicum.
Però, volendo essere un po’ evocativi, ripensare i 13 comuni da Longarone a Feltre, includendo anche l’Alpago, come una ‘grande Belluno’, oggi ha senso oppure dobbiamo fermarci alla fotografia storica dell’urbanizzazione della Valbelluna?
Certamente la trasformazione territoriale implica anche il fatto che debba rispondere a standard tecnici che dipendono chiaramente dai comuni: i comuni recepiscono gli standard tecnici attraverso i piani regolatori che determinano lo sviluppo dell’edificato. Ma pensare a un’area di dimensioni così considerevoli, con un gran numero di persone e con strutture che sono chiaramente strutture di sviluppo, la renderebbe qualcosa di diverso rispetto alla frammentazione, rispetto a questi luoghi atopici, a questi luoghi che includono molti vuoti al loro interno. E, aggiungo, comuni che non riescono mai a fornire servizi sufficienti perché i numeri non sono dalla loro parte. Abbiamo capito, soprattutto con il Covid, che abbiamo una grande qualità in questo territorio, che è la qualità ambientale; e l’aver abbandonato i centri storici, i piccoli centri delle frazioni, ha creato un disinteresse verso la manutenzione del territorio. In realtà, questa è una qualità del nostro abitare: poter vivere nel nostro ambiente e, direi ancora di più, avere questi centri come forma identitaria della nostra vita quotidiana. Certamente questo oggi ha un impatto sulla qualità dell’abitare.
Di recente il vice sindaco di Belluno, Paolo Gamba, commentando i dati di bilancio sul museo Fulcis che sono cronicamente in rosso ha suggerito che quell’infrastruttura culturale in realtà è a servizio non solo dei cittadini di Belluno, ma di un’area più ampia. Ha ragione? È un pensiero corretto?
Assolutamente è corretto, perché è inevitabile che se noi pensiamo a un museo come il Museo Fulcis legato alla città di Belluno, beh, credo che lo chiuderemo velocemente, no? Deve essere anche un contenitore di attività culturali non legato alla città di Belluno, non legato alle associazioni di Belluno. Deve lavorare in un territorio ampio perché non possiamo pensare di valere per produzione, per numero di persone e non valere per espressioni culturali, per attività culturali. Tutto deve essere posizionato su quella dimensione. Dobbiamo lavorare per far sì che la zona sia ampia, forse ridefinendo anche degli spazi, certo lavorando in primo luogo sulle infrastrutture viabilistiche.
Dal punto di vista urbanistico o amministrativo, visto che ci sono ancora molte duplicazioni di funzioni e servizi, e tuttavia, come diceva, i comuni non reggono sempre il peso: chi dovrebbe realizzare questo tipo di progetto?
I comuni hanno sempre ragionato per area geografica, perché quest’area geografica determina anche il piano d’azione, il piano di sviluppo urbanistico. Quindi, inevitabilmente, le scelte che si fanno tra i comuni possono anche andare in contrasto tra loro. Bisognerebbe che le amministrazioni avessero un’idea di sviluppo sovracomunale. Poteva essere la Provincia, poteva essere la Comunità Montana. Sono tutti luoghi dove, forse, non si è sviluppato quest’idea, si sono affrontati altri problemi che sono sicuramente problemi amministrativi, ma si è parlato molto poco di sviluppo dell’edificato, di sviluppo della produzione, di sviluppo delle infrastrutture che, per forza di cose, per loro natura, sono sovracomunali. Questo forse è mancato in questi anni, abbiamo accettato uno sviluppo urbanistico che facesse prevalere la facilità dell’accesso al fondo valle, perché il fondo valle era dotato anche di servizi, però non lo abbiamo governato. Non l’abbiamo governato soprattutto, torno a dire, come forma identitaria. Abbiamo costruito tanti non luoghi, tanti luoghi atopici dove c’era un susseguirsi di funzioni senza relazioni e queste relazioni sono mancate anche nel tessuto sociale.
Però i cittadini mi sembra, vorrei dire anche le imprese, però soprattutto i cittadini si muovono all’interno di questo spazio che è comunque uno spazio ristretto, sono 35-40 km al massimo dell’area di cui stiamo parlando, andando a scegliersi le funzioni e i servizi dove ci sono e dove sono migliori, non necessariamente restando limitati ai confini amministrativi. Questo ci dice qualcosa, credo.
Ci dice che dobbiamo pensare a un’infrastruttura viaria diversa da quella che noi abbiamo. Le uniche due arterie, destra e sinistra Piave da tempo sono molto appesantite nel traffico. Dovremmo cominciare a pensare a una mobilità alternativa che permetta di alleggerire il traffico e che permetta di accedere comunque indifferentemente ai servizi non legati al proprio comune. Forse così si riuscirebbe a far capire che facciamo parte di un insieme, anche geografico, che è quello della Valbelluna. Perché non credo che le persone abbiano idea di far parte di un luogo come la Valbelluna, ognuno si sente legato al proprio comune. E pensa che magari si sposta da un comune all’altro perché nell’altro trova servizi migliori o peggiori. Invece riuscire a parlare a livello amministrativo di interventi sovracomunali forse farebbe percepire anche a chi ne usufruisce grazie alla facilità di movimento che lo spazio dei propri interessi è esteso all’intera Valbelluna.
Lei ha parlato di mobilità, le chiedo uno sforzo di immaginazione. Provi a pensare di connettere le quattro principali aree industriali e centri urbani con una tramvia che vada da Longarone a Feltre con ramificazione in Alpago e che stia su entrambe le sponde del Piave. È fantascienza o aiuterebbe a ridurre la frammentazione e le divisioni?
Forse dal punto di vista economico è fantascienza, ma poi sono questioni che non riguardano noi. Certo sarebbe un modo per riuscire a connettere le popolazioni che stanno sul fondo valle, ma che aiutano per esempio anche ad avere con uno scambio, ad avere la possibilità di poter poi tornare nella zona collinare. Se io riesco, per esempio, a scendere da una frazione, arrivare al fondo valle e prendere un altro mezzo che mi trasporta velocemente per tutta la Valbelluna, sì, certo, riuscirei a pensare, a vivere e a usufruire di tutti i servizi a livello di Valbelluna. Non importa dove sono, però mi scelgo lo spazio e il luogo dove abitare.