Belluno indietro nella produzione diffusa di energia. Rapporto di 1 a 7 rispetto all’Alto Adige
Il confronto tra il Bellunese e le altre aree dell’arco alpino evidenzia un divario strutturale nella diffusione del mini-idroelettrico, che incide direttamente sulla capacità di produrre energia rinnovabile in modo distribuito. In un territorio caratterizzato da un’elevata disponibilità idrica, il numero limitato di piccoli impianti rappresenta un elemento chiave per comprendere lo squilibrio energetico più ampio che riguarda il Veneto, dove la produzione elettrica copre solo una parte del fabbisogno. Questo aspetto assume un rilievo ancora maggiore se si considera che, nelle regioni alpine, la produzione da fonti rinnovabili dipende in larga misura dall’acqua, più che da altre risorse come il sole.
Il tema non riguarda solo la quantità complessiva di energia prodotta, ma anche la struttura del sistema energetico locale. La presenza diffusa di impianti di piccola taglia, infatti, contribuisce a rendere più capillare la produzione e a rafforzare la resilienza energetica dei territori. Nel caso bellunese, la limitata diffusione di queste infrastrutture riduce le possibilità di valorizzare pienamente una risorsa naturale disponibile tutto l’anno. Il confronto con altre regioni alpine mostra come la diversa intensità di sviluppo del mini-idroelettrico si traduca in modelli energetici profondamente differenti, sia in termini di autosufficienza sia di capacità di generare benefici economici locali.
I dati sulle centraline consultati nel database di Terna evidenziano con chiarezza queste differenze. In Veneto risultano attivi 411 impianti idroelettrici, di cui 377 di piccola taglia, mentre nel solo territorio bellunese le piccole centrali sono circa 120. La densità è pari a un impianto ogni 48 chilometri quadrati. In Trentino-Alto Adige il sistema è più sviluppato, con 906 impianti complessivi e 718 sotto il megawatt, con una densità di un impianto ogni 18,9 chilometri quadrati. In Alto Adige si arriva a 1.037 impianti, di cui la maggioranza di piccola dimensione. Anche Lombardia e Piemonte presentano numeri più elevati, rispettivamente con 766 e 1.109 centrali idroelettriche, mentre la Valle d’Aosta conta 224 impianti. Questo quadro indica una maggiore diffusione del mini-idroelettrico nelle altre regioni alpine rispetto al Bellunese.
Le differenze emergono anche osservando la produzione di energia da fonte idroelettrica. In Lombardia la produzione ha raggiunto 13,5 TWh nel 2024 di cui 3,9 da mini idroelettrico, mentre il Piemonte si attesta a 8,88 TWh di cui 3,2 da mini idroelettrico. L’Alto Adige presenta una produzione di 7,7 TWh annui di cui quasi 4,5 dalle piccole centrali, superiore al proprio fabbisogno interno, pari a 3,1 TWh. La Valle d’Aosta sfiora i 4 TWh con gli impianti minori che contribuiscono per oltre 2,3 TWh. A livello provinciale, Belluno si colloca con 2,5 TWh totali ma solo 0,6 dal mini idroeletrico, risultando ottava in Italia. Questi valori indicano come la maggiore diffusione di impianti si accompagni a una più elevata capacità produttiva, contribuendo in alcuni casi a un surplus energetico rispetto ai consumi locali.
Nel contesto delle Comunità energetiche rinnovabili, la disponibilità di impianti di piccola taglia assume un ruolo centrale. La normativa prevede che queste configurazioni siano alimentate da impianti nuovi, con potenza limitata fino a 1 MW e collocati nella stessa area dei consumatori. Questo vincolo rende il mini-idroelettrico particolarmente rilevante nei territori alpini, dove le condizioni climatiche limitano la resa del fotovoltaico. Nel Bellunese, ad esempio, le ore di sole sono mediamente 6,8 al giorno, con valori più bassi nei mesi invernali e nei fondovalle. In queste condizioni, l’idroelettrico presenta un potenziale produttivo significativamente superiore, potendo contare su una disponibilità continua di acqua e su un funzionamento non dipendente dalle condizioni meteorologiche.
Questo non esclude il contributo di altre fonti rinnovabili, ma suggerisce la necessità di adattare le scelte energetiche alle caratteristiche del territorio. In Trentino-Alto Adige, oltre l’85% dell’energia è prodotto grazie all’acqua, mentre il fotovoltaico rappresenta una quota limitata. Una configurazione simile emerge anche per il Bellunese, dove il rapporto tra le fonti evidenzia la centralità della risorsa idrica. In questo quadro, la diffusione di piccoli impianti può incidere non solo sulla produzione complessiva, ma anche sulla capacità di attivare e alimentare le comunità energetiche locali, con effetti su autoconsumo, condivisione dell’energia e benefici economici per i territori.
In sintesi, il divario nella diffusione del mini-idroelettrico tra il Bellunese e le altre regioni alpine rappresenta un elemento strutturale che influisce sul sistema energetico locale. I dati mostrano come una maggiore presenza di piccoli impianti sia associata a livelli più elevati di produzione e, in alcuni casi, a una condizione di autosufficienza. Nel caso bellunese, la combinazione tra elevata disponibilità idrica e limitata diffusione di centraline evidenzia un potenziale non pienamente sviluppato, che si riflette anche sulle possibilità di espansione delle Comunità energetiche rinnovabili e sulla gestione complessiva delle risorse energetiche del territorio.