Montagna, fine della retorica del territorio debole (e del lamento)

De Bettin: «Si resta se ci sono vantaggi concreti, occasioni e opportunità. Alle istituzioni spetta decidere, alle imprese assumersi il rischio».

I problemi li conosciamo, il tempo delle analisi può considerarsi concluso. Ora bisogna affrontare le questioni strutturali del Bellunese con azioni concrete e ciascuno faccia la propria parte. Le parole pronunciate dal presidente della Camera di Commercio di Treviso e Belluno, Francesco De Bettin, all’inaugurazione di HoReCa a Longarone, hanno il tenore di un discorso programmatico. Un intervento che possiamo definire limpido e lineare, logico nella sua struttura di premesse e conseguenze con il quale il presidente delinea una visione di futuro per il Bellunese e gli strumenti per realizzarla. C’è, in primis, un concetto che sta al fondo dell’intero impianto, una frase a suo modo rivoluzionaria: «Sono contrario all’idea di mantenere la popolazione in montagna attraverso sussidi permanenti ad personam (lo stipendio al montanaro)». A memoria, è la prima volta da decenni che un esponente di rilievo di questo territorio afferma un principio che sta alla base delle scelte di ciascuno. Si tratti di un’organizzazione privata o di una famiglia, di un lavoratore o di uno studente, quel soggetto sceglie un luogo dove vivere e progettare la propria vita se ne ha delle ragioni, delle convenienze e dei vantaggi concreti, occasioni verificabili nel presente e programmabili nel futuro. Intorno a un sussidio non si costruisce un progetto a lungo termine. Il che, ovviamente, ribalta la retorica della montagna soggetto debole da sostenere con la finanza pubblica (qui sta il passaggio chiave) e sollecita le classi dirigenti provinciali, che operino nel pubblico o nel settore privato, a svolgere appieno il proprio ruolo:  «Le istituzioni devono garantire servizi, infrastrutture, regole comprensibili e condizioni per investire», afferma De Bettin. «Gli imprenditori devono poter costruire attività economicamente sostenibili in un quadro di riferimento certo». Detto in altri e più brutali termini significa che gli amministratori pubblici sono chiamati al coraggio di prendere le decisioni, mentre le imprese si devono assumere i rischi tipici di chi intraprende. 

Anche perché, ricorda il presidente, le risorse ci sono, ma vanno organizzate in base alle priorità che collettivamente il territorio si dà e occorre smettere di «inseguire ogni bando o ogni possibilità di finanziamento con idee diverse». La Camera di Commercio può svolgere qui un ruolo di coordinamento delle iniziative e di cerniera tra i soggetti, offrendo supporto per la costruzione di piani economici e per la ricerca di competenze e di interlocutori.

De Bettin ha indicato alcune priorità. Può essere che non tutti saranno d’accordo sulle scelte ed è più che legittimo, ma restano una base di partenza per una discussione il cui pregio è l’adozione di un metodo. Sforzarsi di definire insieme, attori pubblici e privati, enti locali e centri di formazione, consorzi turistici e soggetti del terzo settore solo per citarne alcuni, gli ambiti su cui puntare e coordinare azioni e interventi conseguenti.  

Le leve principali, dicevamo, secondo la Camera di Commercio sono quattro, coordinate attraverso un portafoglio in grado di «collegare fabbisogni del territorio, fondi disponibili e investimenti privati».

La prima leva è quella dell’energia e qui l’obiettivo è duplice: da un lato accrescere la capacità di investimento locale grazie ai maggiori introiti derivanti dalla risorsa idrica, «così da poterli reinvestire nella sua cura, nelle infrastrutture e nelle condizioni dello sviluppo»; il secondo obiettivo è ottenere, «costruire», scrive De Bettin, «un surplus di energia da poter utilizzare a prezzi inferiori ai riferimenti di mercato, con condizioni sufficientemente stabili da incidere sulle scelte di famiglie e imprese». È chiaro che ridurre il costo dell’energia significa agevolare l’insediamento di nuove attività produttive e, di conseguenza, l’attrazione di nuova popolazione.

La seconda leva è il turismo diffuso, nello spazio e nel tempo, perché è chiaro ormai a tutti che il turismo internazionale non si identifica nella stagionalità e la puntualità, ovvero la concentrazione dell’offerta limitata su alcuni luoghi, ha conseguenze non sempre positive. Qui gli attori chiave individuati dal presidente sono la DMO e la Fiera di Longarone. La prima dovrà organizzare la destinazione nel suo complesso e in tutte le sue articolazioni; la seconda, di cui verrà proposto un rebranding, potrà aggregare su progetti specifici operatori, investitori, fornitori di tecnologie, imprese. Il turismo, ha detto chiaramente De Bettin, va inteso anche come piattaforma territoriale in grado di generare nuove iniziative collaterali e stimolare nuova imprenditorialità: «oltre a ‘fare il suo’ a tutti gli effetti abilita il ‘fare altro’. Un itinerario ben organizzato può sostenere ricettività, commercio di prossimità, produzioni agricole, artigianato e servizi di mobilità». DMO e Fiera, ha dichiarato De Bettin, «possono rendere reale quello che nel programma camerale di mandato è La Via dei Patrimoni UNESCO, dando vita ad una dimensione più ampia del turismo, basata sull’offerta turistica territoriale ed esperienziale grazie al collegamento tra le Dolomiti (a partire dal Comelico), la Marca Trevigiana, Venezia ed il Parco del Delta del Po».

La generazione di conoscenza è la terza leva e deve diventare stabile. È un punto cruciale in una fase storica che vede la competizione transitare dalle singole imprese agli ecosistemi territoriali in cui la crescita dipende dalla qualità delle istituzioni, dalla capacità di cooperare e dalla forza delle leadership locali.

La montagna, secondo il presidente della Camera di Commercio, deve diventare la sede possibile della ricerca universitaria e qui ci vorrà l’impegno collettivo per lavorare «ad accordi con le università del Nordest affinché trasferiscano stabilmente in provincia, soprattutto nelle aree più interne, alcuni laboratori con le loro attività, le attrezzature necessarie e i gruppi di ricerca». Tra le ipotesi tracciate dal presidente fisica e ingegneria applicate alle transizioni energetica ed ecologica oltre agli studi sulla biosfera, sulle foreste, sull’agricoltura e sull’allevamento zootecnico. Questa progettualità può essere funzionale alla ricerca, se coerente con le specificità territoriali, alle imprese che vi insistono e al ripopolamento delle aree interne. «Oggi dobbiamo cercare una nuova presenza continuativa e stabile, fatta anche da ricercatori, tecnici, dottorandi, docenti, giovani coppie che possano scegliere di costruire qui una famiglia. Una parte si avvicenderà; un’altra potrà mettere radici».

La quarta e ultima leva è «la responsabilità pubblica dei servizi generali», scrive De Bettin. «Le pari opportunità di chi vive e lavora in montagna richiedono una spesa pubblica adeguata. Scuola, sanità, assistenza, mobilità e connettività sono condizioni dello sviluppo. La legge 25 deve trovare attuazione anche attraverso accordi con la Regione che colleghino funzioni, obiettivi e risorse», senza cercare inutili contrapposizioni, anche perché la Regione rimane «il nostro interlocutore e alleato in questo percorso». Certo, i servizi andranno valutati in base alla «loro accessibilità effettiva e sulla mobilità», ma proprio per questo servono «programmazione di area vasta e collaborazione fra fondovalle e territori più interni. Le loro interdipendenze devono orientare le decisioni di spesa».

Si tratta di un programma di vasta portata, più che per i contenuti che verranno poi definiti dai diversi attori coinvolti, per la cornice generale che prevede assunzioni di responsabilità, decisioni e il coordinamento delle iniziative volto al raggiungimento di obiettivi definiti di comune accordo dal territorio. Non piacerà a tutti, ne siamo consapevoli, e probabilmente i frenatori sono già in azione, ma la cultura del lamento su cui si è innestata una retorica paralizzante per oltre 5 lustri, sembra dire De Bettin, non troverà più terreno fertile a Belluno.