Oltre la cartolina: la montagna che decide

Nella sede di Confindustria a Feltre una discussione sul governo delle Terre Alte tra regia pubblico-privato e necessità di una nuova narrazione.

La montagna non è un santuario intoccabile. E nemmeno una cartolina. È, piuttosto, un campo di gioco decisivo per il futuro economico e sociale del Paese.

Da qui è partita la discussione, ieri sera, a Feltre, nella sede dell’associazione industriali, in occasione della presentazione del libro “Il futuro ad alta quota” (Rubbettino Editore), promossa dal Lions Club e dal Rotary Club locali. A confrontarsi con l’autore, Andrea Ferrazzi, direttore di Confindustria Belluno Dolomiti, i consiglieri regionali Silvia Calligaro (Fratelli d’Italia) e Alessandro Del Bianco (Partito Democratico), con la moderazione del giornalista Nicola Maccagnan.

Dopo i saluti istituzionali dei due presidenti, Alessio Cremonese (Rotary) e Giampiero Facchin (Lions), le oltre cento persone in sala hanno potuto assistere a un vivace dibattito sul futuro delle Terre Alte e, in particolare della provincia di Belluno.

Nel corso della discussione è entrato con forza anche il tema del rinnovo delle concessioni idroelettriche, sollevato dal consigliere Del Bianco. «Una partita che vale milioni di euro», ha detto e, soprattutto, «offre margini di autonomia per un territorio fragile come quello bellunese. Le concessioni non sono solo un tema tecnico, ma una leva politica ed economica. Dai canoni possono arrivare risorse decisive per finanziare la spesa corrente, vale a dire servizi essenziali: sanità, scuola, asili nido. In una parola: vivibilità».

Il nesso tra servizi e tenuta demografica è tornato più volte, anche come chiave di lettura delle dinamiche in atto nelle aree interne. Nel dibattito è emersa l’idea che, senza servizi, la montagna rischi di continuare a svuotarsi. In questa cornice, Belluno è stata richiamata come territorio che non si sottrae alla tendenza alla perdita di popolazione e di giovani qualificati. Da qui una richiesta che, nelle diverse posizioni, è apparsa convergente: una regia più solida tra pubblico e privato, accompagnata da concertazione locale e da una visione di livello regionale e nazionale, con l’obiettivo di ridurre la conflittualità ideologica a favore di scelte praticabili.

In questa direzione si colloca anche l’intervento della consigliera Calligaro, che ha insistito sul tema del metodo e della continuità. «La montagna non si governa con slogan», ha detto la consigliera Calligaro, «serve programmazione, continuità e un approccio pragmatico, non ideologico. Se vogliamo dare futuro alle Terre Alte dobbiamo lavorare su una regia condivisa, mettendo attorno allo stesso tavolo istituzioni, enti locali, mondo produttivo e realtà sociali: pubblico e privato insieme, ognuno per la propria parte. Le montagne non sono un limite: sono un’opportunità. E oggi le nuove tecnologie possono davvero ridurre le distanze, migliorare servizi e rendere più attrattivi i nostri centri. Ma perché questo accada bisogna anche cambiare narrazione: valorizzare risorse, competenze, energia e capacità di fare, perché l’immagine che diamo all’esterno può attirare capitale umano e investimenti. È su questa linea, concreta e misurabile, che dobbiamo insistere».

Ferrazzi, nel suo ruolo e nel percorso del libro, ha proposto una lettura che prova ad allargare l’orizzonte: non solo il tema delle grandi derivazioni, ma anche delle piccole e medie, e più in generale la necessità di un cambio di paradigma culturale. Nel volume l’autore critica apertamente quello che, usando le parole di un docente di Harvard, definisce un certo ‘verdismo ideologico’, una visione che tende a sacralizzare la montagna e che, secondo questa impostazione, rischia di trasformarsi in un freno allo sviluppo.

«Se ogni intervento umano è una violenza», è la tesi, «allora il futuro è già scritto: spopolamento». È una formulazione presentata in termini netti, accompagnata da un richiamo a studi internazionali che, nel ragionamento proposto, indicano nelle rinnovabili una leva rilevante per sicurezza energetica e competitività dei territori. Dentro questa prospettiva, risorse come acqua, luce e biomasse vengono lette come asset strategici, più che come fattori da tenere ai margini.

Un’altra traccia, emersa sia nel libro sia nel confronto, riguarda la dimensione narrativa. L’autore insiste sull’idea che la montagna soffra di una ‘storia unica’, quella della bellezza immobile e del passato da conservare: una rappresentazione rassicurante, ma che rischia di essere poco generativa. Da qui l’invito, ripreso nella discussione, a cercare nuove storie e nuove immagini, capaci di sostenere ambizioni diverse.

Nel dibattito di Feltre questa esigenza si è tradotta soprattutto in parole che guardano al presente: innovazione, competenze, infrastrutture, attrattività. L’orizzonte non è apparso limitato al trattenere i giovani, ma si è allargato all’idea di attrarli, parlando una grammatica più contemporanea e costruendo condizioni concrete di vivibilità. In filigrana, la domanda resta quella del “peso” delle periferie: se possano diventare luoghi che contano non per concessione, ma per capacità.

La chiusura della serata, più che su una formula definitiva, si è appoggiata a un messaggio ricorrente nel confronto: la montagna non si salva da sola e non si governa soltanto con la memoria. Nel ragionamento proposto dai diversi interventi, servono progetti e visione; e serve, soprattutto, la disponibilità a compiere scelte che tengano insieme sviluppo, servizi e sostenibilità.