La sala gremita martedì sera alla presentazione del libro ‘Il Futuro ad alta quota’ di Andrea Ferrazzi ci dice che, probabilmente, i tempi sono maturi per una riflessione sulla percezione che i bellunesi hanno di sé stessi e dei luoghi in cui abitano, vivono, lavorano. Oltre 150 persone hanno voluto partecipare: tra loro amministratori, dirigenti di impresa, rappresentanti delle associazioni di categoria. Ma in larga parte si è trattato di persone comuni, lavoratori, cittadine e cittadini di ogni estrazione sociale, senza ruoli istituzionali. E sono venuti in massa ad ascoltare i ragionamenti intorno a un saggio, mica il libro gossipparo del giornalista televisivo, del volto noto. Divulgativo fin che si vuole il testo di Ferrazzi, ma comunque complesso, difficile, fatto di tanti pezzi, riflessioni, letture. Un’opera che costringe il lettore ad andare avanti e indietro, a cercare riferimenti accademici e se possibile, a incrociarli se possibile con la propria esperienza.
Un segnale dunque. Dopo decenni in cui le classi dirigenti bellunesi hanno propinato l’idea che viviamo abbandonati a noi stessi in una terra povera e desolata. Una narrazione errata nei fatti e tossica negli effetti. Ovviamente Belluno non è mai stata abbandonata da nessuno, lo Stato e la Regione hanno sempre investito proporzionalmente in questi territori. Le nostre scuole sono tra quelle che meglio preparano gli studenti ai percorsi universitari e al lavoro, negli indici di Eudoscopio, gli istituti superiori risultano nella fascia tra i migliori d’Italia. La sanità, pur con tutti i suoi problemi di carenza di medici, rimane ampiamente negli standard europei. Negli ultimi quindici anni sono stati attivati strumenti di perequazione (Fondi di confine, progetti sulle aree interne, PNRR e altri) che hanno consentito di ridurre il divario con i territori contermini. Ma l’idea della periferia in abbandono ripetuta all’infinito continua implicitamente a suggerire ai più giovani di andarsene e a chi potrebbe venire di starsene alla larga poiché le speranza risiede altrove.
Oggi, finalmente, cominciamo a prendere coscienza che la situazione è differente: Belluno è una delle province più industrializzate d’Italia, il prodotto interno lordo pro capite è tra i più elevati, la disoccupazione è al 2,8%, meno della metà della media nazionale (5,7%). Le nostre imprese, grandi e piccole, stanno nel mondo pur essendo radicate qui. Hanno rapporti costanti con centri di ricerca e università, offrono opportunità di lavoro che consentono affrontare carriere che si sviluppano in Europa e negli altri continenti, innovano e includono. Anche i dati sociali sono più che positivi, con un tasso di criminalità tra i più bassi del paese e, come detto, servizi scolastici e sanitari stanno appieno dentro gli standard europei.
Il che ovviamente, non significa nascondere i problemi che pure rimangono, ma affrontarli con una prospettiva diversa e, come sottolinea Ferrazzi nel suo libro, con adeguata fiducia nei propri mezzi. L’importanza di cambiare il racconto collettivo è oggi fondamentale. Verso l’esterno, certo, ma soprattutto verso gli stessi abitanti del Bellunese. Ai quali non possiamo più permetterci di offrire la narrazione tossica che il futuro se lo devono cercare in città e pianura, ma che hanno tutti i mezzi e soprattutto un contesto sociale ed economico, in grado di soddisfare le loro ambizioni.