Dalle coste storiche del Feltrino alle nuove tecnologie: perché la viticoltura bellunese può guidare l’agricoltura di montagna
di Enzo Guarnieri*
Nel dibattito pubblico siamo soliti dividere la provincia di Belluno in due porzioni, basandoci sui punti cardinali: parte alta, ovvero quella settentrionale nella quale ci troviamo e parte bassa, intesa grosso modo come Valbelluna e che va dall’Alpago ai limiti della Valsugana.
Eppure sappiamo che dal punto di vista geografico non è questo il modo corretto di utilizzare i termini alto e basso. A ben vedere, infatti, le parti in cui è diviso il bellunese sono almeno tre. La parte bassa è il fondovalle, quello percorso dalle maggiori vie di comunicazione e in cui trovano posto le nostre eccellenze industriali e artigianali, il commercio e i servizi pubblici essenziali.
Cortina d’Ampezzo, così come l’alto Agordino, il Comelico e il Cadore sono a loro volta simboli grandiosi di ciò che le terre alte bellunesi hanno da offrire come aree di interesse naturalistico e turistico a livello globale.
Esiste, tuttavia, una terza parte di territorio: quella che rientra nella categoria definita con felice intuizione dal geografo Mauro Varotto ‘Montagna di mezzo’ e che nel bellunese comprende le pendici delle Prealpi in Valbelluna, l’Alpago e in generale tutta quell’area che si interpone tra il fondo valle e le creste dolomitiche. Questa è la terra dell’agricoltura bellunese e della viticoltura bellunese in particolare. E non da oggi.






Alcune immagini risalenti ad epoca precedente la seconda guerra mondiale, rappresentano una situazione territoriale definita quanto meno a partire dalla seconda metà dell’800 e che trova le sue origini nel Medioevo come dimostra lo Statuto dei Vignaioli del Monte Aurin (un colle poco a ovest di Feltre) del 1519. Un regolamento rigoroso in cui la viticoltura veniva tutelata con severe sanzioni a carico di chi danneggiasse la produzione o la qualità dell’uva da vino.
Grazie a recenti ricerche di uno storico locale, Marco Campigotto Huber, raccolte nel libro di prossima pubblicazione ‘Alla ricerca del vino perduto’ promosso e realizzato dall’Associazione Palio di Feltre, è possibile risalire a norme poste a tutela dei viticoltori che datano addirittura al 1370.

I motivi per i quali le ‘coste’ erano e sono tuttora preferite al fondovalle per la viticoltura sono noti, ma vale la pena ricordarli:
- Il sottile strato fertile con sottosuolo prevalentemente calcareo è inadatto per molte colture ma non per la vite che riesce comunque a penetrare in profondità con le sue radici attraversando strati minerali diversi;
- La presenza della roccia a poca profondità porta in estate ad avere temperature più elevate durante il giorno e a sbalzi termici più pronunciati tra giorno e notte che favoriscono la qualità dell’uva da vino;
- Gli anfratti dei sedimenti calcarei garantiscono, pressoché sempre, la presenza di un quantitativo d’acqua sufficiente;
- Le gemme germogliano più tardi, riducendo il rischio di gelate primaverili;
- L’arieggiamento costante dovuto alla presenza di brezze create dalle differenze di temperatura tra coste e fondovalle riduce il rischio di malattie fungine.
Per evitare fraintendimenti, premetto subito che sarebbe folle sostenere che Il cambiamento climatico sia in linea generale un fattore positivo per lo sviluppo dell’agricoltura montana e quanto accaduto nella nostra provincia a seguito della tempesta Vaia del 27/30 ottobre 2018 rimane a testimoniarlo in modo visibile e imperituro.
Allo stesso modo è indubbio che la concentrazione di piogge nel periodo primaverile (Maggio-Giugno in particolare) crea enormi problemi di controllo delle malattie fungine soprattutto alla luce della progressiva riduzione dei principi attivi consentiti nei protocolli di viticoltura sostenibile come quelli della difesa integrata (certificazione agroclimatica ambientale SQNPI) e della viticoltura biologica certificata.
Ciò nonostante, va evidenziato che temperature estive più elevate, ma non eccessive, hanno tendenzialmente aggiunto una possibilità di maturazione delle uve migliore rispetto al passato e che la riduzione della piovosità autunnale consente vendemmie più tardive e quindi un allargamento della varietà utilizzabili con risultati positivi.
Le uve conservano comunque a maturazione un maggiore grado di acidità rispetto alla pianura particolarmente importante per la qualità dei vini spumanti e frizzanti. L’utilizzo di varietà autoctone bellunesi come Bianchetta, Pavana, Gata e Turca o comunque di varietà adatte alle particolarità climatiche e pedologiche locali è un ulteriore elemento di riduzione del rischio.
A ciò si aggiunge l’aiuto della genetica con lo sviluppo delle varietà di ibridi resistenti e l’utilizzo delle Tecniche di Evoluzione Assistita che iniziano finalmente (almeno per chi come Confagricoltura le ha sempre supportate!) ad essere assecondate e favorite anche dalle normative e dalla giurisprudenza europea.
C’è poi il ricorso alla tecnologia che nei prossimi anni, può portare ad un abbassamento dei costi, potrà supportare i viticoltori nell’agricoltura di precisione, riducendo notevolmente l’utilizzo dei prodotti fitosanitari e in particolare degli anticrittogamici rameici, il cui obbligato massiccio utilizzo attualmente costituisce uno dei problemi principali della transizione verso una vera viticoltura biologica.
Resistenza, resilienza, eroismo sono parole che spesso vengono associate alla viticoltura di montagna. Personalmente sono parole che non amo. Con una metafora potremmo dire che l’alpinista migliore non è quello che resiste appeso ad uno spuntone di roccia più a lungo rispetto agli altri, ma quello che apre nuove vie, consentendo potenzialmente a tutti di raggiungere la cima.
La viticoltura di montagna, se seguita e non osteggiata aprioristicamente, può fare esattamente questo: aprire nuove strade che non consistono nel ritorno a pratiche tradizionali di un immaginario passato bucolico perduto (in realtà caratterizzato da miseria e arretratezza sociale), ma in percorsi innovativi e sperimentali che proprio in quanto si svolgono in un ambiente prezioso e delicato devono però essere controllati e sostenuti economicamente, almeno nella loro fase iniziale.
La transizione ecologica nella viticoltura di montagna è inoltre, per certi versi, più facile perché coinvolge realtà di dimensioni più piccole; è più monitorabile, perché le aziende sono spesso distanziate le une dalle altre; produce risultati più marcati e paesaggisticamente apprezzabili. In questo contesto, la viticoltura, lungi dal rappresentare una monocoltura invasiva, può essere addirittura un apripista per tante altre colture ambientalmente sostenibili e per un complessivo sviluppo dell’agricoltura bellunese.
Per avere boschi curati e manutenuti, inseriti nella filiera del legno e non selve incolte e impenetrabili. Per avere prati e pascoli biologici e non distese di veratro o di rododendro. Per far sì che i luoghi non decadano a semplici spazi.
Va sottolineato in conclusione quanto – come operatori che hanno una responsabilità all’interno delle associazioni di categoria e delle istituzioni territoriali anche se in diversi settori economici – sappiamo bene di avere un comune obiettivo: contribuire a ricreare fiducia ed energia positiva utili a portare persone ed imprese a vivere e lavorare nel territorio, rivitalizzando aree a torto considerate marginali attraverso l’entusiasmo e le prospettive di futuro aperti dalle nuove tecnologie.
*Enzo Guarnieri è presidente della sezione vitivinicola e vice presidente di Confagricoltura Belluno