L’obiettivo della politica industriale dovrebbe puntare a processi di rigenerazione imprenditoriale e lavorativa.
L’inserto del lunedì dedicato all’economia dei giornali Nem ospita una pungente riflessione di Giancarlo Corò, ordinario di Economia applicata all’Università Ca’ Foscari di Venezia.
Partendo dai dati dell’ultima crisi industriale che sta colpendo la manifattura italiana, quella degli elettrodomestici, Corò ricorda che la quota di occupati nella produzione di beni materiali nelle economie avanzate è strutturalmente bassa.
Ecco i passaggi principali del ragionamento di Corò:
Questi processi si inseriscono in cambiamenti strutturali iniziati ancora qualche decennio fa. Negli anni Ottanta la quota di occupazione industriale in Italia era infatti superiore al 40 per cento, oggi è sotto il 20 per cento. Nel Nord Est questa quota è più alta di sette-otto punti, ma la dinamica di lungo periodo rimane la stessa, come del resto avviene in tutto il mondo.
Vale per la Germania, per gli Stati Uniti, per il Giappone e pure per la Cina la cui quota è oggi inferiore a quella italiana, prosegue il docente.
L’ipotesi che il calo dell’occupazione manifatturiera sia stato causato dalle massicce delocalizzazioni in Asia è dunque solo una parte della verità. Molto di più hanno contato gli avanzamenti tecnologici, la diffusione dell’automazione e l’aumento di produttività, ma anche un generale orientamento dei consumi verso i servizi e i beni intangibili – che nelle classi medie impegnano oggi tra il 60 e il 70 per cento dei bilanci familiari – riducendo, di conseguenza, la spesa per prodotti manifatturieri.
Il calo della quota di occupazione manifatturiera non significa che l’industria sia destinata al declino – in realtà, il valore aggiunto manifatturiero continua a crescere in termini assoluti – ma non c’è dubbio che stia venendo meno la sua centralità nei processi di sviluppo delle economie moderne, di conseguenza anche il suo ruolo nell’assicurare posti di lavoro stabili e dignitosi per la popolazione, compresa la componente senza laurea o istruzione superiore. Questo fenomeno deve dunque farci riflettere in una prospettiva futura, evitando, per quanto possibile, di continuare ad auto-compiacerci per i successi del Made in Italy, per poi farci cogliere impreparati alla prossima crisi industriale.
La questione che riguarda in primo luogo le classi dirigenti locali, regionali e nazionali non è come salvare lo stabilimento che va in crisi perché il suo prodotto non è competitivo o perché il modello di business è ampiamente superato. Dovremmo invece preoccuparci, sostiene Corò, di
come tutelare, rafforzare e rigenerare le competenze produttive di un territorio in direzione di produzioni verso le quali si sta spostando la domanda: dalle energie rinnovabili alla mobilità sostenibile, dall’aerospazio alle numerose applicazioni dell’Intelligenza artificiale, dalla salute (farmaceutica, dispositivi medici, servizi di assistenza) allo sport (attrezzature, abbigliamento, infrastrutture, eventi), alla cultura, all’alimentare di qualità, fino, certo, anche al turismo e a nuovi e più diffusi modelli di accoglienza.
Il professore chiede alla politica di rinunciare alla retorica passatista e di mettere a sistema tutte le risorse che possano traghettare i vecchi distretti industriali nel futuro:
L’obiettivo della politica industriale dovrebbe allora puntare a processi di rigenerazione imprenditoriale e lavorativa che, a partire da conoscenze presenti sul territorio, aiuti ad agganciare le nuove tendenze e i nuovi settori correlati.
In conclusione, infatti, scrive Corò
Il vincolo, in realtà, non è finanziario […] bensì politico e culturale. Basti pensare alla possibilità da parte delle imprese di partecipare, assieme a banche locali, Università, Its e scuole tecniche, alla creazione di incubatori di innovazione industriale e di servizi. Rilanciare un nuovo ciclo imprenditoriale è una condizione fondamentale per evitare di continuare a rincorrere le crisi, provando, una volta tanto, ad anticiparle.