Sotto la guida di Francesco Miari Fulcis riapre alle visite pubbliche la storica dimora di famiglia.
A Modolo, nel cuore della Valbelluna, Villa Miari-Fulcis ha riaperto al pubblico per una nuova stagione di visite guidate, confermandosi una delle dimore storiche più significative del Bellunese. A guidare questo percorso è Francesco Miari Fulcis, che insieme alla famiglia ha scelto di riaprire e far vivere il complesso, trasformandolo in un progetto culturale e turistico legato al territorio. Attraverso sale, giardini, barchessa e antico borgo, la villa racconta una storia lunga secoli e oggi prova a rimettere in moto il patrimonio familiare rendendolo qualcosa di vivo per il territorio.
Le parti più antiche risalgono al 1644. L’aspetto attuale prende forma nel 1806, quando il complesso viene ampliato e trasformato in Villa Veneta. È proprio in quel momento che cambia anche il suo orientamento: l’ingresso principale, un tempo rivolto verso Belluno, viene spostato sul fronte attuale, rivolto idealmente verso Venezia come segno di rispetto. Un dettaglio che ancora oggi si legge chiaramente nell’architettura del luogo. Il percorso accompagna i visitatori tra soffitti decorati, miti greci, richiami alle arti e alle scienze, ritratti e ambienti che raccontano non solo il prestigio della famiglia, ma anche un rapporto molto concreto con la cultura come ne parlano le meridiane realizzate da Francesco Miari Fulcis, figura di spicco e docente di geodesia all’Università di Padova, ancora oggi visibili nella chiesetta di Modolo e sui magazzini del parco con sette diagrammi solari, tutti diversi tra loro.

La storia della Villa passa anche attraverso le ferite del Novecento. Durante la Prima Guerra Mondiale fu trasformata in ospedale da campo, prima dai tedeschi e poi dagli italiani. Alcuni segni sono ancora presenti, come nel grande caminetto seicentesco, danneggiato a martellate. «Questo caminetto rappresenta la storia, il passaggio della guerra – racconta Miari Fulcis. Restaurarlo sarebbe come cancellare la storia perché porta con sé quello che è successo».
Il borgo di Villa di Modolo racconta anche una lunga tradizione agricola e imprenditoriale. Tra il 1920 e il 1940 fu ricostruito introducendo tecniche moderne per l’epoca. Nel dopoguerra arrivarono innovazioni come la mungitura sottovuoto, la latteria, il primo impianto italiano per la disidratazione dell’erba medica, l’allevamento di cavalli purosangue, i bovini da carne e l’allevamento biologico brado di suini. La grande stalla degli anni Venti, in cemento armato, resta uno degli spazi più sorprendenti: pensata per cento mucche, dotata di acqua corrente quando ancora non era presente nelle abitazioni, oggi guarda a una nuova funzione.

Il progetto è quello di restituire vita agli ambienti senza snaturarli. Il granaio è già utilizzato per eventi e matrimoni, con una capienza di circa 180 persone sedute, mentre la stalla e gli spazi collegati potrebbero diventare in futuro un polo dedicato all’arte contemporanea. «L’idea è usare questi luoghi senza cambiarli nella loro natura – viene spiegato. Devono restare quello che sono, ma tornare a vivere».
Accanto alla parte storica c’è anche quella dell’ospitalità. Nell’antica latteria e negli edifici collegati sono stati ricavati spazi agrituristici, camere, una suite e un loft con l’obiettivo di mettere insieme soggiorno, territorio ed eventi. «Villa di Modolo vive in simbiosi con il territorio e il territorio deve vivere in simbiosi con la Villa – sottolinea Miari Fulcis -. Spesso si parla di storytelling, ma qui la storia esiste e dobbiamo solo imparare a raccontarla». Le visite guidate permettono di attraversare sale, giardini, barchessa e borgo, con un percorso di circa un’ora e un quarto. Nelle giornate speciali l’affluenza arriva anche a cento-centocinquanta persone; nelle prime visite ordinarie la media è stata di circa quindici partecipanti per turno, un dato considerato incoraggiante in vista dell’estate. Il calendario proseguirà fino a ottobre inoltrato, con prenotazioni disponibili sul sito della Villa. A rendere particolare il percorso non è solo la bellezza degli ambienti, ma l’intreccio tra grande storia e dettagli più quotidiani: il salotto rosso, i lampadari recuperati, il parco romantico all’inglese segnato dalla tempesta Vaia, la sequoia sopravvissuta, gli scorci sul paesaggio. Ogni spazio custodisce una storia e ogni storia rimanda a un’idea semplice: conservare non significa fermare il tempo, ma trovare un modo per farlo vivere anche oggi. In questa direzione si inseriscono anche i prossimi progetti, dagli eventi legati al vino agli aperitivi letterari, dai concerti alle nuove iniziative culturali.












