Seduti in riva al fosso, ricordando certe notti. Le notti in cui la macchina è calda e dove ti porta lo decide lei. Le notti in cui la strada non conta e quello che conta è sentire che vai. Le notti tra cosce e zanzare, e nebbia e locali a cui dai del tu. Le notti degli anni Novanta. Quelli della fine della storia, dell’ottimismo dilagante, della fiducia in un futuro che sarebbe stato migliore del presente. Perché non poteva essere altrimenti. Erano gli anni della tregua, l’intervallo sospeso tra la caduta di un muro e la caduta di due torri. Quando il mondo sembrava essersi finalmente messo d’accordo su come andare avanti: mercato, democrazia, connessione. Internet muoveva i primi passi timidi, un ronzio di modem che prometteva di avvicinare tutto e tutti. Si ballava la techno nei rave clandestini e si guardava MTV con la certezza che la musica potesse ancora sorprendere. I telefoni cellulari erano ancora un lusso ingombrante, non un’estensione della mano. Si cresceva senza la sensazione di essere osservati, senza il bisogno di documentare ogni istante per renderlo reale. C’era un’innocenza quasi colpevole, col senno di poi, in quella fiducia diffusa: pensavamo che i conflitti fossero un residuo del Novecento, non il prologo di una nuova era degli imperi. Si viveva il presente senza sapere che sarebbe diventato, per molti, l’ultimo decennio semplice.

Erano gli anni delle immense compagnie, in motorino sempre in due. Gli anni in cui la provincia italiana era la protagonista della cultura pop, perché aveva i suoi cantori, anzi i suoi cantautori, e le canzoni che raccontavano la vita tra l’odore dei fossi e i sogni di rock’n’ roll, e guai a chi ci sveglia. Erano gli anni in cui nascere e crescere a Correggio, a Pavia, o in qualsiasi altra città di provincia non era una condanna, ma tutto sommato una fortuna. Perché alla radio passavano canzoni che raccontavano, con orgoglio, uno stile di vita, una dimensione locale dal respiro universale: erano canzoni che venivano ascoltate e cantate anche da chi viveva nelle grandi metropoli, e si trovava solo a immaginare, magari con un po’ di invidia, cosa significasse davvero l’odore dei fossi.

In questi giorni d’estate vediamo gli stadi riempirsi per i concerti di Ligabue e Max Pezzali. Qualcuno prova a spiegare questo fenomeno con la nostalgia individuale di una generazione per gli anni della giovinezza, dei primi amori, quando tutto appariva possibile perché tutto poteva accadere. Ma c’è di più. Quelle canzoni rappresentavano (anche) un riconoscimento sociale collettivo. Ce ne rendiamo conto adesso che quelle voci si sono spente. La nostalgia che riempie gli stati rivela anche una ferita sociale: quella di una provincia che perde il suo spazio di appartenenza e si rifugia nel rancore, nella disillusione, nel malcontento di chi si sente escluso. Fuori tempo. Fuori moda. Insomma, sempre fuori, dai.

Gli economisti ci dicono che le disuguaglianze territoriali sono il risultato della crescente concentrazione di innovazione, capitale umano e investimenti nelle grandi aree urbane, mentre molte regioni periferiche o deindustrializzate rimangono escluse dai benefici della globalizzazione e del progresso tecnologico. Questo processo genera un progressivo divario in termini di produttività, occupazione, redditi e opportunità di sviluppo, alimentando quella che viene definita una condizione di left-behindness o di trappola dello sviluppo. Le conseguenze non sono soltanto economiche, ma anche sociali e politiche: il declino delle prospettive occupazionali, l’emigrazione dei giovani e la perdita di fiducia nelle istituzioni favoriscono sentimenti di risentimento e di abbandono. È in questo contesto che cresce il sostegno verso partiti populisti, euroscettici o anti-establishment, interpretato come una vendetta dei luoghi che non contano, nelle urne.

Se vogliamo davvero capire il malcontento delle nuove periferie, dobbiamo però considerare anche la dimensione emotiva che gli stadi pieni e le canzoni degli anni Novanta aiutano a spiegare. Se oggi la provincia non ha più i suoi cantori, è forse perché quello stile di vita locale non esercita più lo stesso fascino e non gode più dello stesso riconoscimento sociale diffuso. E così può succedere, a chi è diventato adulto nella provincia italiana degli anni Novanta, di pensare che questo non è tempo per noi. E forse non lo sarà mai.

Articolo originariamente pubblicato su ItalyPost