Marina Neri presenta la mostra internazionale di collage liberamente ispirata alla Principessa sul pisello.
Cos’hanno in comune Parigi, Berlino e Belluno? Tutto e niente, verrebbe da dire. Ecco, per quanto riguarda l’arte dallo scorso mese c’è qualcosa di più.
Questo grazie alla mostra internazionale di collage ‘How heavy is a Pea?’ (Quanto pesa un pisello?), che dal primo ottobre al 15 novembre decora la Casa dei Maestri in Borgo Pra’, a Belluno. L’esposizione, alla seconda tappa, dopo appunto il wine shop Smiling Kangaroohs di Berlino lo scorso aprile e prima di concludersi al Café L’Atelier, nel cuore di Montmartre, a Parigi nel marzo del 2027, prevede la partecipazione di 44 artiste provenienti da 16 paesi di quattro continenti diversi. Il finissage, l’atto conclusivo della mostra, si terrà venerdì 30 ottobre dalle 18, sempre alla Casa dei Maestri, con una performance tutta bellunese e la presenza di tre artiste esposte.
Il tutto è stato possibile grazie alla passione e all’energia di Marina Neri, curatrice della mostra e artista di collage. Nata e cresciuta a Castion, dopo una tesi di dottorato in storia della storiografia redatta a Parigi ha seguito il marito, il professor Thomas Kirchner, in Germania, dividendosi tra la capitale francese e Berlino. Lei stessa ha insegnato per anni all’Università di Heidelberg per traduttori e interpreti, prima di cambiare strada. Da amante del cinema, nel 2022 ha scelto di trasferirsi a Madrid per seguire un corso di sceneggiatura. «In quei due anni ho fatto tutto quello che non ho potuto fare prima», racconta Neri. E così, tra un flamenco e l’altro, ha scoperto una piccola galleria d’arte nel quartiere La Latina dove davano corsi di collage. «L’ho fatto per puro piacere personale, fino a che la direttrice mi ha chiesto se potesse espormi». Così è nata la sua storia da collagista.

Due anni fa, poi, il ritorno dopo 36 anni a Belluno, completando il triangolo con la capitale tedesca e quella francese. Lo stesso percorso che compirà la sua prima mostra da curatrice. «Ho cominciato a lavorare a questo progetto nel dicembre del 2025, scegliendo come tema la libera interpretazione della favola danese ‘La principessa sul pisello’. È un racconto che sin da bambina mi ha sempre fatto sorridere. Mi piace molto il tema retorico implicito in questa favola, ovvero l’esagerazione. Come può una donna, o una persona, sentire la presenza di un pisello minuscolo sotto venti materassi e altrettanti cuscini? Da piccola non lo capivo, mi faceva ridere; adesso che sono adulta capisco benissimo. La mostra verte quindi sulle nostre piccole e grandi manie, sull’importanza della tolleranza e sul potere, spesso nefasto, delle aspettative».
«Ho chiesto inizialmente a 24 artiste che ammiravo e che conoscevo solo online di partecipare. Devo dire che hanno aderito tutte molto spontaneamente, trovando il tema fantastico. Ho detto loro di interpretarlo liberamente, sempre mantenendo una minima relazione con la fiaba. A Berlino la mostra contava trenta artiste, di cui sei ragazze bellunesi, mentre a Parigi saremo in 52. All’interno di questa collezione ci sono quindi più fili conduttori». Fili in senso materiale, perché l’allestimento, pensato dalla Neri insieme al marito e realizzato da Claudio Pison di Dolomite Upcycling, raduna secondo fili conduttori le opere esposte, tutte in vendita.

Tra i più comuni, molto frequenti sono il tema del not enough, ovvero del non essere abbastanza, così come quello dell’ipersensibilità e dello sguardo sulla donna da parte della società e dell’uomo, il male gaze. «Ci sono anche interpretazioni ironiche, come quella della francese Laurence Briat, la prima che ho contattato e che apprezzo molto. Abbiamo i principi transgender e anche chi è rimasto più fedele al mondo fiabesco». Tra le opere esposte ve n’è anche una della stessa Neri: «È un ferro da stiro, simbolo del peso del lavoro, del passato, della sofferenza che si tramanda di generazione in generazione, a cui è attaccato un magnete con la scritta «Still attracted» («Ancora attratto»). È un doppio gioco, quello del magnete che continua a essere attratto dal ferro e quello di noi persone, e donne soprattutto, che continuiamo ad accudire pesi che non siamo capaci di lasciare».

In corso da quasi un mese, la mostra ha già raccolto un buon successo: «C’è un’ottima affluenza – continua la curatrice – e la gente che viene è entusiasta». Affiancare Belluno a città d’arte ben più blasonate, come Parigi e Berlino, in fin dei conti non si è rivelato chissà che azzardo. «La differenza con queste metropoli è abissale, ma non come qualcuno si immagina. Per un artista può essere gratificante essere esposto in una grande città. Spesso accade, però, che queste mostre passino quasi inosservate nell’immensa offerta artistica che possono avere Parigi o Berlino. Fa più effetto, ma forse in fin dei conti non garantisce lo stesso grado di apprezzamento».
«A Belluno è stato il contrario. Ho scritto a tutte le artiste una lunghissima mail in cui ho raccontato la storia della città. Ho parlato dei suoi illustri figli d’arte, non solo Tiziano e Buzzati ma anche Sebastiano Ricci. Ho raccontato della sua potenza come città di fabbricanti di spade e di costruttori delle navi per la Serenissima. Ho voluto far conoscere a tutte Belluno, e qui la gente viene ogni giorno in visita. C’è stata una risposta bellissima. Abbiamo inoltre organizzato diversi seminari artistici a cui hanno partecipato un sacco di persone. Quindi sì, farlo in una piccola città offre una visibilità autentica, veritiera. Belluno ci sta dando tante soddisfazioni».

Una risposta che premia il livello delle artiste coinvolte nella mostra. Delle 44 collagiste esposte, più della metà sono straniere. Di queste: 21 sono europee, due provengono dagli Stati Uniti, Cristina Rodriguez da Los Angeles e Stacy Bergener da New York, tre dal Sudamerica, Liliana Lalanne da Buenos Aires, Patricia Unger da Montevideo e Norma Valle da Rio de Janeiro, e una, Rouxanne Dauncey, in arte Voodooprints, dal Sudafrica. «Molte di loro sono venute a visitare Belluno, come Cristina Rodriguez, Christiane Gross, da Berlino, o le torinesi Sabina Motzo e Katia Miele», continua Neri.
Arriverà, inoltre, come ospite al finissage del 30 ottobre la milanese Paola Bertoncini. La sua opera ‘The Vanity Pea’ (‘Il pisello della vanità), parte del trittico che apre la mostra, diventerà l’effigie per il manifesto dell’edizione parigina. Con lei ci saranno la napoletana Serena Giamè e la spagnola Arantxa Egoskozabal. «Siamo lietissimi di averle per l’atto di chiusura della mostra. Sono tutte artiste molto talentuose e saranno contente di spiegare al pubblico le loro opere».
Orari di visita:
Lunedì – giovedì: 9:30 – 12:30 e 14 – 17. Venerdì: 9:30 – 12:30.