Sul rinnovo delle concessioni per la produzione di energia idroelettrica nel Bellunese c’è un percorso da elaborare che veda la stretta sinergia tra enti pubblici e soggetti privati.
Confindustria Belluno Dolomiti ribadisce la necessità di restare nel solco della liberalizzazione del mercato energetico, sancita dai decreti Bersani del marzo 1999 in recepimento della direttiva europea 92 del 1996, successivamente del 2007 e attuata con la legge 20 del 10 dicembre 2024.
«È sicuramente positivo che si apra un dibattito pubblico su una questione di importanza capitale per il territorio bellunese», afferma Margherita Vascellari, delegata all’energia di Confindustria Belluno Dolomiti. «Il punto non riguarda infatti esclusivamente le grandi derivazioni per le quali una società in house che veda la partecipazione di Regione Veneto e Provincia di Belluno è di certo una prospettiva positiva. Ricordiamo tuttavia che bisognerà affrontare il nodo degli impianti al di sotto dei 3 MegaWatt di potenza. Si tratta di opere di media e piccola taglia, sia esistenti sia in progetto, per le quali al ruolo di programmazione degli enti pubblici, possono essere affiancate le competenze gestionali e tecniche dei privati».
Un tavolo articolato, prosegue Vascellari, «in cui dovranno essere discussi tutti i temi della gestione territoriale che entrambe queste operazioni – grandi derivazioni da un lato e produzione di energia rinnovabile da piccoli e micro impianti dall’altro – implicano. I contenuti operativi riguardano la gestione e la manutenzione dei bacini idrici, il livello dei laghi, le effettive possibilità di gestione della risorsa idrica e le problematiche legate all’irrigazione della pianura».
La produzione di energia rinnovabile da idroelettrico, ricorda infine la delegata energia di Confindustria, «è ancora molto poco sviluppata nel Bellunese, soprattutto se guardiamo ai piccoli impianti ad acqua fluente che, nel Bellunese sconta un divario enorme rispetto ad altre regioni dell’arco alpino. A fronte delle circa 150 micro centrali presenti nella nostra provincia, l’Alto Adige ne ha attive 1.037. Il ragionamento deve quindi essere complessivo e partire dalle potenzialità produttive del territorio. Anche per mettere al riparo imprese e famiglie dalle ripetute tensioni geopolitiche, come quelle legate alla chiusura dello stretto di Hormuz».