Da una parte, ci sono i distretti che hanno costruito la forza del made in Italy chiamati alla sfida della transizione energetica e tecnologica. Dall’altra, le nuove filiere strategiche sulle quali ci si gioca il futuro. In mezzo, i territori impegnati a trovare soluzioni, anche perché in ballo ci sono migliaia di posti di lavoro.
La Stampa riporta uno studio dello studio Ambrosetti su filiere, distretti e Zes.
Se l’Europa chiede di individuare zone di accelerazione industriale per il rilancio del manifatturiero, il confronto in Italia si articola su più modelli. Si guarda ai benefici della Zes unica del Sud estesa anche a Umbria e Marche o alle otto zone logistiche speciali, per lo più attivate a ridosso dei porti e retroporti del Centro-Nord. Ma il nodo resta come e dove puntare gli investimenti. Se si incrociano i dati del ministero delle imprese sui tavoli di crisi aperti, in monitoraggio e le aree di crisi industriale complessa, le fragilità̀ si concentrano nei grandi poli industriali: automotive, siderurgia, metallurgia, chimica ed energia. Poi, c’è il declino degli elettrodomestici e la flessione di moda o commercio.
Il rapporto fotografa l’eccellenza manifatturiera italiana, scrive il quotidiano torinese, ma il paese
fatica a trasformare ricerca e brevetti in nuove imprese e crescita economica. L’Italia resta infatti il primo Paese europeo per numero di piccole e medie imprese manifatturiere, con oltre 338 mila aziende e 115 distretti industriali ancora attivi, capaci di garantire livelli di produttività superiori del 20 per cento rispetto alla media nazionale. Tuttavia negli ultimi vent’anni il numero dei distretti si è ridotto del 36 per cento mentre la nascita di imprese innovative procede con estrema lentezza.