Un territorio come quello bellunese rappresenta un vero e proprio rompicapo per quanto riguarda il trasporto pubblico. Una provincia montana, molto ampia, contraddistinta da tante vallate, centri isolati e, in più, a bassa domanda di mobilità. Non è quindi un caso se l’automobile resta il primo mezzo scelto per gli spostamenti ai piedi delle Dolomiti, dato in realtà in linea con il trend nazionale, che si attesta comunque ben sopra alla media europea (701 auto ogni 1000 abitanti nel Belpaese contro le 578 di media UE, dati Istat).
Ciò non toglie l’importanza che sta assumendo e dovrà assumersi nei prossimi anni il trasporto pubblico locale. Strategicamente, perché sinonimo di benessere e qualità della vita. Un mezzo di linea, come l’autobus o il treno, permette innanzitutto di recuperare molto tempo utile, per lavorare al pc, leggere o anche solo riposare gli occhi, a patto che questo non si perda tra cambi e ritardi. Con un servizio efficiente, poi, i vantaggi si registrerebbero sia sul portafoglio che sui livelli di stress della popolazione, riducendo inoltre l’impatto sul traffico e migliorando la condizione degli automobilisti stessi. E se tutto questo non fosse abbastanza, una virata verso la valorizzazione del TPL servirebbe per far fronte, per lo meno, alla deriva climatica che già da tempo colpisce i territori montani. Un autobus, infatti, può arrivare a emettere un decimo della CO2 e un centesimo della CO per passeggero, rispetto a un’automobile (Comparison of pollutant emissions per passenger for public and individual transport, 2025)
Come fare, però, perché queste pratiche diventino sempre più convenienti per residenti e turisti? Un’indagine commissionata a Nielsen da Prima Assicurazioni e riportata dall’ANSA nel 2024 rilevava che il 69,8% degli intervistati preferiva auto o moto private al trasporto pubblico. Fra i problemi segnalati figurano la mancanza di collegamenti efficienti e i ritardi.
Su questo ragiona quotidianamente Gabriele Grea, docente di Economia della mobilità urbana all’Università Bocconi di Milano e all’Università Tecnica di Berlino e ricercatore di Redmint Social Enterprise, uno dei partner del progetto Interreg Alpine Space – Degree4Alps, presentato a inizio ottobre a Belluno. Secondo il professore, in un territorio come quello bellunese, o alpino in generale, «serve innanzitutto consapevolezza, da parte degli enti locali e degli operatori di trasporto. È necessario creare delle linee di forza, insieme a un’immagine affidabile del trasporto pubblico locale che sia competitiva con la mobilità privata. Perché ciò accada serve anche partecipazione, dei cittadini e dei portatori di interesse a livello locale. Bisogna creare attenzione per questi servizi, affinché siano utilizzati e integrati con forme di mobilità cooperativa e con buone pratiche e buoni comportamenti che stimolino l’utilizzo dei mezzi pubblici e condivisi». Vi è quindi la necessità di un TPL strutturato e che offra un’immagine credibile e al tempo stesso competitiva.
Il progetto Degree4Alps, al quale partecipa Dolomiti Bus, studia le soluzioni di trasporto pubblico che nelle regioni dell’arco alpino hanno maggiori possibilità di realizzare e di innovare la mobilità locale, dalla Francia fino alla Slovenia. «Lungo le Alpi – continua il professore – non c’è una situazione omogenea, ma diversi casi puntuali molto interessanti. In alcuni di questi si registra una mobilità cooperativa anche su base volontaristica, con servizi flessibili gestiti attraverso la collaborazione tra cittadini. È ciò che succede in Svizzera, con un servizio a chiamata (Demand Responsive Transport – DRT) dove gli autisti sono persone in pensione o impegnate nelle attività sociali, tutti volontari. Questo genera delle economie a livello territoriale con delle sinergie molto interessanti e che rendono il tutto ancor più sostenibile».
Esempi come questo, però, richiedono una certa programmazione: «È chiaro che dev’esserci un coordinamento per queste attività, per evitare che restino singoli casi dispersi a macchia di leopardo. Ci vuole, perciò, da un lato una capacità di dialogo tra gli operatori istituzionali e le iniziative come questa che nascono dal basso. Dall’altro, poi, servono anche gli strumenti affinché questi servizi si integrino e completino tra loro. Uno su tutti è la digitalizzazione, l’elemento chiave per creare un’accessibilità vera in territori a diversa densità».
Per far sì che un piano di questo tipo vada in porto serve trovare una linea comune, tra l’ente pubblico e le aziende di trasporto locali. «Come molto spesso accade, serve una disponibilità da parte dell’amministrazione alla partecipazione e all’attivazione dei servizi. Non c’è solo l’ente pubblico, però. Crediamo che anche le aziende di trasporto pubblico locale possano e debbano essere soggetti cardine in questo processo, non solo come operatori specializzati ma anche come soggetti importanti per lo sviluppo socio-economico dei territori».