Venticinque anni fa la frazione di Limana cara a Dino Buzzati contava 10 abitanti, oggi sfiorano i duecento. Ma non chiamatelo miracolo. C’entrano la visione, le nuove tecnologie e l’intelligenza di una comunità di rimanere aperta.
La parola miracolo deriva dal latino miracŭlum, a dal verbo mirari, che significa meravigliarsi, ammirare o guardare con stupore. Indicava qualsiasi evento o cosa straordinaria che suscitava grande sorpresa, senza avere il significato religioso che ha assunto in seguito. Nel 1971 Dino Buzzati pubblicò il libro illustrato I miracoli di Valmorel. Le illustrazioni sono degli ex voto immaginari, quello che io preferisco ha la seguente didascalia: P.G.R Casa e podere di Pichler Beniamino miracolosamente sottratti alla catastrofica alluvione della balena volante in valle Pellegrina anno 1653. Per credere nei miracoli di Santa Rita serve una fede salda. Eppure, anche gli infedeli devono arrendersi di fronte a due fatti incredibili accaduti recentemente. Miracoli compiuti dai residenti vecchi e nuovi in Valmorel. Da sessant’anni la balena volante che Buzzati ha immaginato come fonte di sciagure è stabilmente nel cielo dolomitico bellunese: è il declino demografico e la conseguente perdita di potere delle comunità che vivono in quota. Un processo che sembra inarrestabile al quale l’unica reazione possibile (secondo alcuni) sembra essere la resa e la rinuncia.
Lo spopolamento è stata la cifra comune del Bellunese nella seconda metà del Novecento
Di fronte a questo fenomeno devastante si cercano soluzioni da adottare per contrastare quello che viene definito spopolamento montano. Quasi sempre si cercano nella direzione sbagliata ed è per questo che non si trovano. Il primo dei miracoli avvenuti a Valmorel ci mostra, invece, una strada da seguire. Tutte le frazioni in quota nel comune di Limana da decenni perdevano abitanti lasciando il territorio montano abbandonato a sé stesso. Anche la tragedia del Vajont (1963) favorì indirettamente questo scivolamento a valle delle persone. Valmorel sta su un altipiano che guarda la valle della Piave, dove furono edificate le industrie finanziate dal Conib che attrassero migliaia di persone. Nel 1951 tra Valpiana e Valmorel c’erano 366 residenti, nel 1961 erano 369, nel 1971 scesero a 267, nel 2001 i sopravvissuti erano 10. Già dal 1990 non c’erano più nascite ed era normale che anche gli ultimi giovani partissero per cercare lavoro altrove. Sergio Venturin era uno di loro e stava per andarsene anche lui, ma una sera andò all’incontro convocato in locanda per ascoltare le proposte dell’amministrazione comunale per rilanciare turisticamente il suo paese. Sentendole avvertì qualcosa che non andava in quei progetti. Capì che chi era rimasto doveva assumersi la responsabilità del futuro di Valmorel. Fu Franco De March, il gestore della locanda, con il ruolo ufficioso di capo frazione, che gli disse: Sergio devi fare qualcosa per Valmorel. Da allora non ha più smesso di farlo, insieme a molti altri che hanno assunto il suo stesso impegno. Partirono dai bisogni primari: il trasporto degli anziani, dei giovani lavoratori e studenti senza mezzi trasporto, la manutenzione delle quattro strade che convergono nella frazione spesso chiuse per frane. Questo impegno condusse alla riunione pubblica del 2 febbraio 1996 nella quale elessero quattro rappresentati nelle quattro frazioni della montagna limanese. Il 4 aprile del 1996 gli abitanti costituirono un’associazione che è l’origine dell’attuale Comitato Frazionale Valmorel, Navenze, Cros e Laste APS. Cosa ha fatto questo comitato in trent’anni?
Cittadini attivi per la rinascita
Le principali attività sono state la cura del territorio con manutenzioni ed opere di abbellimento del paesaggio restaurando sentieri, la latteria, l’ex scuola elementare, le malghe, i parcheggi, le strade vicinali e forestali, il campo sportivo e molto altro. La latteria è il centro logistico del Comitato, è attiva dal 1939 ed è l’ultima turnaria rimasta attiva in Veneto. Quello turnario è un modello di gestione un tempo molto diffuso nelle Alpi orientali e prevede il conferimento quotidiano del latte da parte dei soci produttori. A turno i soci lavorano in latteria con il casaro e rimangono proprietari di tutta la produzione di formaggio di quel giorno. Le giornate di lavoro in latteria dipendono dalla quantità di latte conferito. Ora la latteria funziona tutti i giorni dal lunedì al venerdì e, per garantirne la sopravvivenza, è venuta l’idea della riapertura di Malga Van gestita da giovani allevatori appassionati e competenti. Grazie alla ristrutturazione s’è ricavato uno spazio al piano superiore della latteria, ora sede di “A vejò”, un Centro Natura e Cultura in cui si organizzano mostre, presentazioni e è diventato un luogo d’incontro. Il fulcro dell’azione associativa fu chiaro da subito: produrre iniziative sociali e culturali oltre a quelle ambientali, sportive e ricreative per prendersi cura delle relazioni tra residenti e quelle per accogliere nuovi residenti. Iniziative sociali di momenti conviviali di aggregazione nelle le feste patronali, la castagnata, il San Nicolò, le gite sociale ecc. Poi hanno realizzato eventi culturali come la rassegna Valmorel sotto le stelle, con concerti, mostre, spettacoli, presentazioni di libri, laboratori, convegni, conferenze di varia natura (agricoltura, ambiente, storia, salute); poi iniziative sportive, come il torneo frazionale di calcio, i campionati di corsa in montagna; iniziative ricreative in collaborazione con altre realtà come Latteria aperte a Valmorel, la festa del miele e di San Valentino a Limana. Qual è stato l’esito di queste attività di cura e manutenzione della comunità locale?
La popolazione è cresciuta, dai 10 residenti di Valmorel e 22 nelle altre frazioni, censiti nel 2001, si è giunti a 267 residenti del 2025. Una crescita del 90 per cento. Un miracolo.
Dal 2001 iniziò il ritorno, prima i nipoti di chi se ne era andato, poi persone e famiglie da fuori provincia e fuori regione. È accaduto qualcosa che ha convinto chi veniva a contatto con la comunità di Valmorel a trasferitisi lì. Uno dei problemi affrontato subito è quello dell’integrazione tra chi arrivava e i residenti storici. Un conto è fare comunità per necessità, un altro è ricostruirla in una situazione in cui tutto si oppone alla coesione, che deriva solo da relazioni solidali. Nel comitato compresero subito che era necessaria una cura particolare dei nuovi arrivi, per favorire la loro trasformazione da ospiti occasionali a cittadini a pieno titolo del luogo eletto a nuova residenza. Da vent’anni, organizzano una festa di benvenuto ai nuovi nati e ai nuovi residenti. Così come si dà un saluto quando manca una persona.
Governare il cambiamento
Questa capacità di rilevare un possibile problema, e di fare qualcosa per prevenirlo presume la capacità di guidare consapevolmente un processo del quale si vuole governare l’evoluzione. C’è un pensiero che orienta queste iniziative. Non sono casuali. Si pensa che iniziative complesse abbiano bisogno di tante risorse e architetti famosi. Invece il modello che funziona in area alpina è quello dei piccoli passi, fatti da molti, insieme, nella stessa direzione. Anche la fioriera messa in paese deve stare dentro a un percorso. Non è un accumulo di cose o di denaro che serve, perché le une e l’altro siano utili bisogna sapere dove andare, e volere andarci. La biodiversità umana è un una ricchezza se gestita, è un grande problema se, invece, ognuno va per la sua strada. Le diversità ci sono perché abbiamo idee, aspettative e bisogni diversi. Per questo serve un approccio culturale per creare un terreno sul quale i valori della solidarietà e del bene comune, possano attecchire, e produrre vera comunità. Il coinvolgimento di chi arriva è fondamentale, tutti devono partecipare alle decisioni che si prendono, chiunque deve fare la propria parte. Il comitato frazionale è sempre pronto ad accogliere, ma anche a far capire che abitare a Valmorel significa entrare in una comunità. Chiunque arrivi con un proprio progetto di vita, è benvenuto purché si integri nel lavoro di cura comune dei luoghi e degli altri, e non si limiti ad usarli a proprio esclusivo beneficio. I pensionati o i professionisti benestanti che pensano di acquistarsi la casa in Valmorel per stare al fresco, che arrivano dalle città con le scorte per il loro soggiorno montano non servono al consolidamento e allo sviluppo delle comunità. Né a Valmorel né in altro luogo montano.
Valmorel ripensata come laboratorio di innovazione
Attualmente il comitato ha in gestione la latteria turnaria ritornata produttiva, il Centro culturale locale, il campo sportivo e le aree verdi. Si impegna a consolidare le relazioni coi vari enti e associazioni come il Comune, la Proloco e, dal 2005, con la Fondazione Elserino Piol, che ha la sede proprio a Valmorel, in centro al paese, nella locanda restaurata, dove ha rinnovato l’alloggio e l’attività ristorativa, riscuotendo un notevole successo. Il Comitato intende sviluppare e promuovere iniziative rivolte al ritorno dei giovani all’abitare in montagna, valorizzando il patrimonio ambientale, agricolo e turistico della zona. La Fondazione è intitolata a Elserino Piol, manager dell’informatica e delle telecomunicazioni, pioniere di internet e padre del venture capital in Italia. La sua storia non è solo quella di una carriera straordinaria, ma il racconto di una visione che ha trasformato l’orizzonte tecnologico italiano. Un percorso tra l’avanguardia industriale e il ritorno alle radici, guidato da una curiosità instancabile e da una profonda etica del fare. Nonostante il rilievo internazionale, Elserino è sempre rimasto ancorato a Valmorel, dove nacque l’8 dicembre 1931, dove la sua memoria e il suo spirito prendono vita, con il progetto EPIHUB della Fondazione, voluta e gestita dai figli Andrea e Alessandro e dalla sorella Marinella, dopo la morte di Elserino a 91 anni, il 17 aprile 2023. La Fondazione ha come obiettivo un laboratorio di innovazione sociale e tecnologica. Ogni suo progetto mira a dimostrare come le aree marginali possano diventare centri di eccellenza, se alimentate da competenze moderne e radici profonde. Servono imprese per lo sviluppo territoriale, volte a rigenerare l’economia locale e l’ambiente, attraverso soluzioni sostenibili e ad elevata tecnologia innovativa. Obiettivo della fondazione è investire su giovani e tecnologie nei campi dell’agri-innovazione, dello sviluppo sostenibile del territorio e dell’innovazione sociale, facendo di Valmorel il proprio incubatore di idee. La presenza della Fondazione è una grande opportunità e una grande sfida. La capacità di intercettare fondi da bandi europei e la competenza nello sviluppare progetti innovativi, saranno un ausilio importante per i giovani. Sarà un supporto al Comitato facendosi carico di processi che non si possono governare solo in sede locale. C’è anche un potenziale pericolo, perché non dovrà essere la disponibilità di denaro a determinare le scelte, ma le vere esigenze della comunità locale. In questo caso intesa come prototipo di ogni comunità dolomitica e montana. Come scegliere i progetti? La risposta è in ciò che ha fatto finora la comunità di Valmorel. La qualità e il pregio delle relazioni comunitarie è la chiave per comprendere ciò che è buono e ciò che non è buono. Ciò che serve alla comunità, a consolidarla e a rendere qualitativamente migliore le relazioni è la strada giusta. Tutto ciò che non raggiunge questo obiettivo, anche se appare affascinate, non va adottato. È una partita da giocare con coraggio, lungimiranza e fiducia reciproca. La Fondazione ha già condiviso gran parte delle scelte ed è consapevole dell’importanza della consapevolezza e della coesione solidale.
Un modello unico
Da sociologo che segue, con discrezione, da ventisei anni l’evoluzione della comunità di Valmorel posso affermare che ci sono tre elementi che, combinati, ne fanno un modello unico. Il primo è che il luogo ha mantenuto un potente fascino ambientale e sociale. Il secondo è la capacità di accogliere persone che vengono da fuori senza nessun legame con Valmorel, ma che qui desiderano costruire un proprio progetto di vita. Il terzo è la presenza del cuore, ovvero una relazione affettiva tra le persone che non hanno accettato di lasciar morire questo luogo e se ne prendono cura.
Ciò che avviene a Valmorel non è un miracolo, è l’esito di impegno, passione e capacità di guardare insieme al futuro. Un lavoro che non è mai finito, che richiede continuo pensiero, adattamento, equilibrio e visione. Una comunità è un organismo e chiunque ne sia elemento costitutivo è responsabile del destino a tutti. A conclusione, appare chiaro che lo sviluppo locale deve avere un motore endogeno oppure non è sviluppo. Solo una comunità consapevole e solidale può costruire con fiducia relazioni evolutive con il resto del mondo, accogliendone la complessità e le opportunità di miglioramento che esse offrono. In assenza di queste qualità la relazione, determinata da eventi esterni, si traduce rapidamente in processi disgregativi delle istituzioni e conduce quasi sempre a una perdita di autonomia e solidità delle comunità in cui si impone.