AI nelle imprese, il ritardo è soprattutto organizzativo

L’utilizzo cresce, ma l’adozione intensiva resta limitata. L’AI Management Index mette in evidenza il divario nelle competenze.

Quasi nove manager italiani su dieci utilizzano già strumenti di intelligenza artificiale. Il dato arriva dal primo AI Management Index, elaborato da CIDA insieme ad AI4I e presentato nei giorni scorsi alla Camera dei deputati. L’indagine ha coinvolto 1.740 dirigenti e manager del settore pubblico e privato, delle grandi organizzazioni e delle piccole e medie imprese. L’89 per cento dei rispondenti dichiara di utilizzare strumenti di AI. Tuttavia, soltanto il 29 per cento segnala un’integrazione nei processi e il 35 per cento indica una fase ancora sperimentale. 

L’adozione individuale procede più rapidamente della trasformazione delle organizzazioni

L’11 per cento dei manager non utilizza mai o quasi mai questi strumenti, il 45 per cento ne fa un uso occasionale, mentre il 44 per cento li impiega regolarmente o in modo intensivo. I benefici cominciano infatti a essere percepiti in modo diffuso: il 57 per cento rileva una riduzione del tempo dedicato alle attività ripetitive. L’AI entra anche nella quotidianità professionale, ma non sempre è accompagnata da una strategia, da un coordinamento centrale e da responsabilità definite.

Distanza tra sperimentazione e maturità

L’indice AIMI fotografa cinque dimensioni: strategia, integrazione, governance, competenze e capacità di produrre risultati. Il valore medio si colloca intorno a 40 su 100. L’Italia nel suo complesso non appare un sistema fermo, ma un paese in fase di transizione e ancora lontano dal consolidamento. In quattro pilastri su cinque il punteggio è vicino alla sufficienza. Il risultato complessivo viene abbassato soprattutto dalla carenza di competenze tecniche e trasversali. 

Una mappa disomogenea per settori

Il comparto ICT e tecnologia rappresenta l’avanguardia interna, con un AIMI medio pari a 56,4. Sanità e life sciences rimangono invece sotto quota 30. Anche la consapevolezza dei rischi appare più avanzata di quanto suggerisca una lettura superficiale: l’82 per cento dei manager dichiara di comprendere limiti e criticità dell’intelligenza artificiale. Le preoccupazioni riguardano l’affidabilità dei risultati, la delega eccessiva alle macchine, la responsabilità delle decisioni, la protezione dei dati e l’impatto sulle competenze e sulle relazioni umane. 

Il quadro dei manager va letto insieme ai dati sull’adozione nelle imprese. Secondo l’analisi pubblicata da InfoData del Sole 24 Ore, basata sull’indagine Invind della Banca d’Italia, la quota di aziende con almeno 20 addetti che utilizzano strumenti di intelligenza artificiale ha raggiunto il 32 per cento all’inizio del 2026, dopo essere salita al 27 per cento nel 2025. L’adozione più avanzata resta però limitata: soltanto il 5 per cento delle imprese dichiara un impiego intensivo. Le soluzioni vengono usate soprattutto per ottimizzare processi esistenti, mentre l’applicazione allo sviluppo di nuovi prodotti e servizi rimane più contenuta. 

L’utilizzo dell’AI da parte delle imprese italiane è dunque sì in crescita, ma resta inferiore alla media europea. Non sembra profilarsi un rifiuto della tecnologia, pesano piuttosto la scarsità di competenze, una preparazione tecnologica non sufficiente, i limiti organizzativi, l’incertezza normativa e i rischi percepiti. Tutti ostacoli che incidono soprattutto sulle realtà di minori dimensioni, meno attrezzate per valutare opportunità, costi e ritorni degli investimenti.

La strategia bellunese

Nel distretto bellunese dell’occhialeria una risposta a questo divario ha già preso forma con Innovereye. La società, con base a Belluno, è stata promossa da ANFAO, Confindustria Belluno Dolomiti e Aivisory, con la collaborazione di Certottica, dopo un percorso di analisi avviato nel 2025 che ha coinvolto oltre 40 imprese dell’ecosistema eyewear, dalle realtà artigiane ai grandi gruppi internazionali. Primo centro di innovazione al mondo dedicato all’adozione concreta dell’AI nel settore, Innovereye non opera come semplice fornitore di tecnologie. L’obiettivo è accompagnare le aziende nell’individuazione delle applicazioni utili nei processi, nei prodotti, nella catena di approvvigionamento, nei servizi, nel rapporto con il mercato, nelle competenze e nella sostenibilità, fino alla valutazione del ritorno economico. L’obiettivo di Innovereye va proprio nella direzione di compensare i divari segnalati dall’indice: ridurre la distanza tra l’utilizzo individuale degli strumenti e la loro integrazione nell’organizzazione, con un’attenzione particolare alle piccole e medie imprese, che dispongono spesso di minori risorse interne per governare la trasformazione.

Divario tra dirigenti e organizzazione

Tornando all’Ai Management Index, un indicatore interessante lo fornisce l’AI Visibility Index che misura quanto un dirigente conosca strategia, budget e ritorno economico associati all’uso dell’intelligenza artificiale. Le figure apicali risultano più informate, ma questo dato paradossalmente evidenzia il rischio che le competenze si polarizzino verso l’alto e non diventino patrimonio diffuso delle organizzazioni. 

Il tema delle competenze e di come acquisirle attraversa dunque tutti i livelli dell’analisi. Più della metà dei manager intervistati giudica la formazione insufficiente o frammentata. La richiesta non riguarda soltanto corsi teorici, ma laboratori, affiancamento, casi concreti e apprendimento integrato nel lavoro. «Le competenze rappresentano uno dei principali fattori di sviluppo per questa nuova fase», osserva Fabio Pammolli, presidente di AI4I. 

In definitiva, l’Italia mostra due velocità, dove una parte del management ha già incorporato l’intelligenza artificiale nelle attività quotidiane e nei settori tecnologici esiste una fascia più avanzata. Il ritardo riguarda la capacità di trasformare l’uso individuale in processi organizzativi stabili, misurabili e condivisi. È su questo terreno, più che sulla semplice disponibilità degli strumenti, che si gioca la possibilità di tradurre l’adozione in produttività e innovazione a vantaggio dell’intero paese.