Con Maurizio Fistarol un ragionamento sul rapporto tra territorio, rappresentanza e centri decisionali. Dalla memoria di Bressa alla ‘Grande Belluno’. Il futuro sta nella rete delle alleanze e nell’ambizione politica.
Avvocato, docente, scrittore, ex sindaco e parlamentare, Maurizio Fistarol resta una delle figure politiche più riconoscibili del Bellunese. Ma il suo interesse, oggi, non sta tanto nella biografia pubblica quanto, soprattutto, nello sguardo: libero, disincantato, spesso severo, su una città e un territorio che continuano a domandarsi come contare di più senza rinchiudersi nella lamentazione.
La recente scomparsa di Gianclaudio Bressa offre lo spunto per una riflessione più ampia: perché il Bellunese fatica a riconoscersi nei propri rappresentanti quando questi arrivano nei luoghi dove si decide? E perché chi prova a muoversi fuori dal recinto locale viene spesso percepito come distante, se non addirittura estraneo?
«Questa situazione non è peculiare del nostro territorio. Il distacco tra popolo e rappresentanza è un fenomeno diffuso ed è una delle caratteristiche culturali del nostro tempo. La difficoltà di colui che rappresenta è data dal fatto che il rappresentato non riconosce il ruolo del rappresentante e non si sente mai rappresentato davvero. E questo poi porta al conflitto, ormai immanente nella nostra società, fra politica e opinione pubblica, fra classe dirigente e popolo. A questo si aggiunga la diffidenza, così diffusa soprattutto nel Nord-Est, sull’ ‘utilità’ della politica».
Come è possibile che un’area che ha così tanta necessità di essere presente nei tavoli decisionali, poi considera ‘estranee’ proprio le persone che ha mandato a quei tavoli. Cioè, quando sei a Roma o a Venezia non sei più bellunese.
«Purtroppo qui emerge ancora una situazione di persistente marginalità culturale. I bellunesi si sentono per definizione periferici, hanno cioè difficoltà a pensarsi come decisori, come padroni del loro destino e capaci di intervenire sul destino generale. È una condizione specifica che deriva dalla nostra storia, dal fatto che ci sentiamo periferici rispetto a Roma, periferici rispetto a Venezia. È un grandissimo problema che noi abbiamo, quello del rapporto tra Belluno e i centri decisionali, regionali per esempio. Uno degli elementi che mi ha portato talvolta a polemizzare con alcune visioni politiche anche del campo progressista bellunese è la conflittualità permanente con la Regione. Talvolta è motivata, anzi spessissimo è motivata, ma non dovrebbe mai o solo raramente essere declinata sotto forma di conflitto. Semmai sotto forma di interlocuzione, avendo di mira il risultato da conseguire».
Non dovrebbe essere ruolo di una classe dirigente fungere da cerniera tra i centri di potere, regionali, nazionali o europei e il territorio? Altrimenti quell’intermediazione politica chi la deve fare?
«Parlerei di alleanze, piuttosto. Una classe dirigente deve essere consapevole della necessità di una politica di alleanze. Vale sempre, ma tanto più quando è classe dirigente di un luogo che non è storicamente decisivo. Senza alleanze non c’è possibilità di concretizzare sostanzialmente nulla. Allearsi per contare naturalmente, voglio essere molto chiaro, mica per essere subalterni».
Bressa ha avuto ruoli di rilievo nazionale in diverse fasi della politica italiana. Il Bellunese avrebbe potuto approfittarne, anziché considerarlo un corpo estraneo.
«L’allontanamento tra Bressa e il Bellunese è stato progressivo e reciproco. Le responsabilità, se così le vogliamo chiamare, non stanno da una parte sola. Certamente quando Gianclaudio è stato chiamato a intervenire per questo territorio, non si è mai tirato indietro».
Si crea quindi un paradosso: il rappresentante più polemico piace di più, ma ottiene meno risultati?
«Sì perché le opinioni pubbliche locali vedono nel rappresentante una sorta di forza di opposizione rispetto al potere. Il problema non è opporsi a quel potere, bensì al contrario di contare nei centri decisionali».
Come si rappresentano, allora le difficoltà?
«Non basta rappresentare esigenze. Un esempio: non è importante che il parlamentare presenti 20 interrogazioni su altrettanti problemi che ci sono nel territorio di una provincia o di una città. Certo, anche questi sono atti che gli possono essere richiesti, che possono essere utili, ma guardiamo in concreto cosa succede: di quelle 20 interrogazioni, il parlamentare avrà la risposta di 10, forse; di queste 10, nove saranno risposte, del ministro di turno, assolutamente di maniera; con quelle 20 interrogazioni il parlamentare avrà 20 articoli sul giornale, alcune presenze social e qualche intervista televisiva. Cosa avrà conseguito concretamente? Nulla. Il territorio sarà contento? Abbastanza. Sarebbe più importante avere conseguito dei risultati».
Chiaro, ma in fondo al rappresentante si chiede di farsi parte di un problema. Un atteggiamento che crea un’empatia con il territorio.
«Certo. Ma dovremmo chiederci quanto sia utile al territorio. Zero. Lo dico molto chiaramente. È il problema che qualunque rappresentante si dovrebbe porre. Dopodiché c’è anche il rovescio della medaglia, cioè il rappresentante che si distacca dal territorio e si ritiene in qualche modo autosufficiente. Svolge con serietà la propria funzione nelle istituzioni, ma poi non riesce a creare una condivisione per far crescere quel territorio. Sono due posizioni antitetiche, trovare una sintesi non sempre è facile».
Quando si è persa la capacità di fare sintesi? Fino agli anni Ottanta i rappresentanti riuscivano a comprendere entrambe le dimensioni?
«Il rappresentante era in qualche modo legato a dei decisori nazionali; banalmente, faceva parte della corrente che poi esprimeva il ministro e quando quel ministro poteva decidere delle cose, anzi decideva delle cose, il parlamentare parte di quella corrente aveva una linea di comunicazione diretta per cui, soprattutto per i partiti di governo, anzi essenzialmente per i partiti di governo, si riusciva in qualche modo a ottenere dei risultati. Ma sostanzialmente questo esito era episodico. Mi spiego con una storiella: un importante imprenditore bellunese mi raccontava che quando andava a Roma trovava spessissimo un notissimo e importante parlamentare bellunese e mi raccontava, ridendo, ‘lo trovo sempre ed è sempre a cenare da solo’. Quando è noto che a Roma le cose si decidono più a cena che in Parlamento, giusto o sbagliato che sia. Questo a sottolineare una sorta di marginalità, sia del ruolo parlamentare, sia del territorio. Ma quel parlamentare faceva il pieno di preferenze. Una condizione che ha impedito un vero salto di qualità per cui ci si è sempre accontentati che dal tavolo cadessero delle briciole sperando che qualcuna di quelle briciole arrivasse qui. Così poi il ‘bravo parlamentare’ è quello che non manca a un’inaugurazione, è quello che non manca a una festa, non manca a una ricorrenza, passa i suoi weekend in giro a stringere mani. Che è certamente un’attività importante, ma forse non la più significativa».
C’è anche un po’ di rifiuto della complessità o della necessità di giocare secondo regole diverse?
«Dal punto di vista economico le imprese sono più veloci a riorientarsi. Dal punto di vista della comunità locale che poi è composta da tanti sindaci, tanti amministratori, è più complesso. Io da parlamentare mi sono posto il problema. Il weekend passato a Roma, in incontri informali, pranzi, è il momento in cui tu puoi giocare un ruolo politico importante, a contatto con le élite che decidono. Questo però ti porta sostanzialmente ad allontanarti dal tuo territorio, perché il venerdì, il sabato e la domenica ci sono molteplici occasioni in cui sei invitato per renderti conto dei problemi o per condividere con i cittadini dei momenti di discussione, di realizzazione, di celebrazione di vario tipo».
Forse la differenza tra lamentarsi e contare la fa la classe dirigente.
«Spesso la classe dirigente è classe ma non è dirigente. Cioè non ha la capacità di elaborare delle idee davvero trainanti, dei progetti, delle prospettive per il proprio territorio e sulla base di queste idee di dirigere un complesso di forze, di associazioni, di aggregazioni verso determinati obiettivi. Scontiamo una evidentissima debolezza delle istituzioni pubbliche, delle amministrazioni locali. Del comune capoluogo innanzitutto, ma non soltanto, e talvolta anche una fragilità dei gruppi dirigenti di altre componenti».
Conta l’assenza dei partiti? Come si può chiedere coraggio e visione a un sindaco di un comune di 3, 4, 5.000 abitanti – che politicamente è una micro impresa unipersonale – se non ha la rete di sostegno e solidarietà di un partito.
«Lungi da me minimizzare il ruolo potenziale dei partiti. Non c’è politica senza partiti e noi ne scontiamo la debolezza a tutti i livelli. Oggi non sono più centri di elaborazione, banalmente non celebrano più congressi, cioè i momenti in cui si confrontano opzioni, progetti, piattaforme, tesi congressuali. Le idee, in definitiva. Oggi c’è soltanto un leader e la sua ristretta cerchia di collaboratori fidati».
Ci sono anche altri modi di creare idee trainanti, scontando la debolezza ormai strutturale dei partiti?
«Ci sono altri modi di relazionarsi anche fra sindaci. I comuni più grandi, dal capoluogo a Feltre ai comuni di vallata, dovrebbero alimentare e favorire questo dialogo. Il terreno deve essere quello delle proposte che vadano oltre la mera amministrazione dell’esistente. Perché la verità è che quando non ci sono idee, allora compaiono gli alibi: non posso fare perché ho i controlli, perché ho la Regione matrigna, perché ho lo Stato lontano e vai coi lamenti, ma l’esperienza concreta dimostra che se tu hai idee, se ti sai circondare di persone valide, se sai sottrarti a una logica di mero esercizio del misero potere, puoi ottenere dei risultati concreti».
Rispetto a trent’anni fa oggi le risorse ci sono. Eppure non hanno rafforzato Belluno. Anzi, c’è una perdita di centralità verso i grandi hub metropolitani, verso la pianura, ma anche verso il proprio territorio.
«Non c’è dubbio che questa è la situazione. A riprova che il problema non sono le risorse, ma innanzitutto l’assenza di un’idea di sé. Chi sono io? Oggi e tra dieci anni e tra venti, chi sono io? E qui non si è ancora giunti, secondo me, a una definizione di sé: chi siamo come città e come territorio? Si oscilla continuamente tra un’idea di marginalità, nel senso di perifericità rispetto ai centri decisionali e quindi sostanzialmente di rassegnazione, e un’idea un po’ velleitaria del facciamo da soli, siamo migliori degli altri, di cui talvolta è venata anche l’idea di autonomia. Invece tu devi essere capace di identificare un tuo ruolo, ma sempre dentro un sistema, dentro una rete».
Anche perché affermare una diversità e proporre una forma identitaria magari legata a una immaginaria età d’oro del passato, può rassicurare alcune fasce della popolazione ma non è riconoscibile ai più giovani. I quali, semplicemente se ne vanno o non arrivano, cercando la contemporaneità altrove.
«Certo che non si riconoscono. Ma quando tu ti senti il parente povero delle autonomie speciali, vorrei ma non posso. E ti senti il parente povero o il garzone di bottega dei grandi centri, anche soltanto regionali, a quale ruolo puoi ambire? E invece devi essere capace di essere l’uno e anche l’altro. Credo ancora oggi che la città di Belluno, ma in quanto davvero capoluogo di un territorio, abbia questa straordinaria vocazione di essere Arco alpino e Veneto, insieme. Quale altra città, quale altro territorio può essere questo? Non dobbiamo rincorrere l’Alto Adige e neppure essere veneziani. Dobbiamo essere una cosa e l’altra».
Vediamo anche gli aspetti positivi che non mancano.
«Certo che no. Hai una provincia tuttora tra le più industrializzate d’Italia. Segnali di vitalità in vari ambiti. Una forte vitalità culturale che magari andrebbe messa a sistema, ma c’è. Serve, banalmente, una regia. Individuare cioè chi può chiamare attorno a un tavolo, rinunciando ad un ruolo di preminenza sugli altri, una serie di soggetti i più disparati che sappiano elaborare, decidere, convergere, per definire una piattaforma di riflessione su chi siamo e cosa vogliamo diventare e poi su questa base dare vita a delle idee, chiare e trainanti».
Abbiamo parlato prima di debolezza e di frammentazione. È possibile ripensare a Belluno come un’unica città estesa, cioè la Grande Belluno è un’utopia o una distopia?
«Un’impresa di questo tipo è di una difficoltà assoluta. Si scontra con evidenti campanilismi e con la volontà degli amministratori locali di mantenere il proprio orto sotto controllo. Negli anni Novanta avevamo posto il tema della dimensione, ravvisandone lo stretto legame con il peso politico. Avevamo cominciato a discuterne con i comuni limitrofi, soprattutto con Ponte nelle Alpi e con Limana per cominciare, e non avevo trovato una chiusura aprioristica. Forse erano altri tempi, i sindaci si sentivano in condizione di giocare il ruolo più ambizioso di riformatori e di innovatori. Infatti si è chiusa in fretta quella stagione».
Dimensioni e peso politico sono ancora attuali?
«Sono rimasti intatti, addirittura sono più urgenti. Ma vanno affrontati diversamente o, per lo meno, con gradualità. Mi spiego, prima di tutto pensiamo a definire una visione integrata, un ruolo di comuni limitrofi che da Ponte nelle Alpi arriva fino a Borgo Valbelluna. Poi iniziamo a discutere di cose da fare insieme, di come rappresentarci per esempio unitariamente su alcuni temi rispetto, per esempio, alla Regione o rispetto allo Stato. Cioè cominciamo a muoverci come 5-6 sindaci che anziché 35 mila abitanti ne rappresentano 80 mila. Suona diverso, giusto? E cominciando a fare questo si lavora assieme, si superano anche delle diffidenze. Si inizia a vedere che i risultati si raggiungono più facilmente se si è uniti, che le risorse si possono amministrare meglio nell’interesse una volta mio, una volta tuo. Ci sono tante cose da fare, ma anche qui ci vuole ambizione e il coraggio di non accontentarsi del piccolo ruolo e della gestione del contingente».
Quanto conta la mentalità e quanto la fiducia nei propri mezzi?
«È evidente che oggi le distanze si accorciano e quasi non esistono più, nel senso che le dinamiche di comunicazione sono tali per cui possiamo sapere tutto, possiamo condividere idee e siamo parte in fondo di un’opinione pubblica comune. Da noi è un aspetto un po’ meno sentito, c’è ancora un senso di radicamento territoriale molto forte, perché c’è questa idea di diversità, motivata anche da qualità indubbie della nostra gente. Però poi alla fine questa rischia di essere una mentalità sostanzialmente difensiva. Cioè noi assai di rado andiamo all’attacco: non pensiamo mai di poter sfondare da qualche parte, di poter andare a rete, noi giochiamo sempre in difesa».
Però singolarmente, molti dei bellunesi che sono in giro per l’Italia e per il mondo hanno un successo straordinario.
«Non è un caso. Sono sovente più bravi degli altri, perché appunto quando parlo della differenza di questo territorio, parlo anche di qualità umane, caratteriali, di mentalità che consentono alla nostra gente di emergere, quando è chiamata a essere leader. E quindi il mondo è pieno di bellunesi di successo ma, non a caso, fuori da Belluno. Il paradosso è che un bellunese, per avere successo, deve andarsene».
È un po’ il paradosso dell’Italia. Come si cambia la storia?
«Non ci sono scorciatoie da questo punto di vista. C’è un lavoro da fare che è composto di alcuni tasselli di cui abbiamo parlato precedentemente. Il primo è la condivisione delle idee. Il paradosso è che pur in presenza di strumenti di condivisione delle idee potentissimi, le idee, quando ci sono rimangono autoreferenziali. È la trappola dei social: vado sui social per vedere confermato quello che già penso. Vale per il singolo ma vale anche le organizzazioni, siano un comune, un’impresa o un’associazione di categoria. Internet è uno strumento formidabile di conoscenza, ma poi queste due cose, conoscenza e produzione di idee, non riusciamo a metterle insieme e così la conoscenza non aiuta a produrre nuova realtà. Così il pregiudizio si impone sull’elaborazione e non si forma l’idea trainante, l’idea che poi si porta dietro anche opinione pubblica. Il problema che ci dobbiamo porre è come una convergenza di forze istituzionali, associative, culturali possa lavorare a questo fine».
Dove manca la politica, altri attori possono riempire i vuoti
«A livello imprenditoriale sicuramente, a livello culturale anche talvolta, a livello associativo anche qualcosa. Tuttavia l’impressione è che talvolta un soggetto si accontenta, non dico di essere il più bravo, ma di essere – con una visione un po’ elitaria – quello che nel suo campo riesce a dire delle cose, ha capito delle cose, ha individuato delle strade, ma poi si volta e dietro di sé non c’è quasi nessuno, o ci sono delle élite, ci sono dei gruppi, ci sono alcuni soggetti. Troppo poco per un territorio come Belluno. Ci sono dei territori che possono permettersi di non fare questo lavoro di rete, perché hanno una forza intrinseca strutturale che li esime. Venezia non ne ha bisogno, certo poi hai altri rischi, ma non hai necessità di fare questo. Neanche Padova, e tutto sommato neppure Treviso rilevano la stessa esigenza. Ma se sei Belluno devi giocare una partita diversa. Noi dobbiamo essere più bravi e più compatti degli altri. Siamo costretti a essere più bravi degli altri, perché non abbiamo dimensione, potere, forza a prescindere. In un contesto così frammentato, la nostra forza la possiamo esprimere con l’alleanza tra istituzioni, associazioni di categoria, enti culturali. Condividiamo obiettivi comuni e poi mettiamoci in relazione con altri centri decisionali».