Blums, i fiori bellunesi per il mercato italiano

Laurea in economia, Elisa Tassoni ha fondato in Valbelluna una flower farm. E ha favorito la nascita di una rete nazionale di aziende dedicate ai fiori recisi.

Lasciare un lavoro nel settore software per coltivare fiori potrebbe sembrare una scelta dettata soltanto dalla passione. Dietro a Blums, invece, c’è un progetto imprenditoriale che oggi, a cinque anni dalla nascita, è diventata un’attività in grado di sostenersi autonomamente. L’azienda è nata nel 2021, anche se l’idea aveva iniziato a prendere forma durante il periodo del Covid. Elisa Tassoni, fondatrice della flower farm bellunese, arrivava da un percorso completamente diverso: laurea in economia, lavoro in azienda nel settore software e giornate trascorse davanti a un computer. «Mi rendevo conto che passavo dalla mattina alla sera davanti allo schermo senza accorgermi nemmeno di cosa succedesse fuori. Ho iniziato a chiedermi se fosse davvero la vita che volevo».

La risposta è arrivata guardandosi alle spalle. Da una parte l’azienda agricola del padre, nella quale era cresciuta. Dall’altra la passione della madre per giardini e piante. Poi il matrimonio, l’ingresso nel mondo dei fiori recisi e una scoperta che ha cambiato tutto. «Mi sono resa conto che un settore che dovrebbe essere il più naturale possibile, in realtà naturale spesso non è. Pensiamo alle rose vendute a San Valentino o alle peonie richieste a settembre: sono fiori fuori stagione che arrivano da migliaia di chilometri di distanza o vengono prodotti con sistemi molto energivori».
Da qui la decisione di costruire un modello diverso. Prima la formazione, con corsi e studi ispirati soprattutto alle flower farm dei paesi anglosassoni. Poi i primi esperimenti, fino alla scelta definitiva: nel 2023 Blums flower è diventata il suo unico lavoro.

Oggi l’azienda coltiva dai 5 ai 6 mila metri quadrati di terreno in Valbelluna, esclusivamente in campo aperto e seguendo i ritmi della natura senza alcuna forzatura produttiva prodotta ad esempio da serre riscaldate: i fiori che vengono offerti infatti sono quelli che si ottengono in stagione. La coltivazione segue principi biologici, anche se per il fiore reciso in Italia non esiste ancora una certificazione specifica.
«Coltiviamo solo quello che il nostro territorio ci permette di produrre. Ogni anno è una prova diversa: bisogna capire quali varietà si adattano meglio al clima e al terreno delle Dolomiti». La scelta ricade spesso su specie quasi scomparse dal mercato tradizionale, come dalie e zinnie, fiori che un tempo trovavano spazio negli orti di famiglia ma che oggi sono stati abbandonati dalla grande distribuzione perché troppo delicati da trasportare o da conservare nei magazzini frigoriferi.
Proprio qui Blums flower è riuscita a trovare la propria identità. L’azienda lavora sia con clienti privati sia con professionisti del settore. I lavori si suddividono principalmente nella realizzazione di bouquet e allestimenti su prenotazione, l’organizzazione di workshop e laboratori creativi. L’altro lato della medaglia però si ottiene dal rifornimento di fiorai e floral designer che cercano un prodotto diverso da quello proveniente dai grandi mercati all’ingrosso.

Curiosamente, la maggior parte della clientela arriva da fuori provincia: «Nel Bellunese la sensibilità verso questo tipo di prodotto sta crescendo, ma oggi riceviamo ancora più richieste dall’esterno». L’obiettivo dell’azienda per ora però non è aumentare la superficie coltivata o entrare nella grande distribuzione. La crescita passa soprattutto dalla collaborazione con altre realtà che condividono la stessa filosofia. Negli ultimi mesi, infatti, Blums ha contribuito alla nascita di una rete nazionale di flower farm italiane, pensata per garantire continuità nelle forniture anche quando grandinate o maltempo compromettono parte della produzione. «Una stagione è possibile che vada male in un territorio e così possiamo contare su aziende vicine che lavorano con gli stessi criteri. Così continuiamo a offrire un prodotto sostenibile senza dover ricorrere ai grandi mercati». Anche i social rappresentano una vetrina importante, ma non bastano. «Le fotografie attirano l’attenzione, però la differenza si capisce davvero solo entrando in azienda, vedendo come lavoriamo e toccando con mano il prodotto».