Il modello d’imprenditoria del passato non è più sufficiente. Per generare valore, oggi e nei prossimi anni, serve un cambio di marcia per le imprese di Veneto, Trentino e Friuli. Queste le parole di Giulio Buciuni tra le colonne de’ Il Nordest Economia:
Sono passati circa tre anni da quando, all’assemblea annuale di Confindustria Veneto Est, raccontavo (…) che il modello veneto aveva raggiunto un plateau. Per dirla in modo più diretto, sostenevo che quel modello, pur avendo garantito per decenni crescita, occupazione e presenza internazionale, dovesse ripensare il proprio assetto competitivo. A distanza di tre anni, quelle parole trovano oggi riscontro nei dati. Non solo nei rapporti periodici della Banca d’Italia sull’economia regionale, ma anche nel recente rapporto dell’Ocse, “Reigniting Veneto”. Il messaggio che emerge è chiaro e, per certi versi, scomodo. Il Veneto resta una grande piattaforma manifatturiera europea, un territorio denso di imprese, competenze produttive e capacità di export. Tuttavia, la sua produttività cresce meno di quella delle regioni europee comparabili. Anche il Friuli-Venezia Giulia continua a crescere, ma lentamente, con salari reali ancora inferiori ai livelli precedenti alle grandi crisi dell’ultimo quindicennio.
Il Nordest dunque tiene, esporta, lavora e continua a mostrare una notevole capacità di adattamento. Ma reggere non basta più. Negli ultimi anni abbiamo imparato a spiegare ogni difficoltà con gli shock esterni. La pandemia, l’energia, l’inflazione, le guerre, i dazi. Naturalmente questi fattori contano, e sarebbe ingenuo sottovalutarli. Per territori aperti, manifatturieri e internazionalizzati come i nostri, l’incertezza globale pesa direttamente sui costi, sulle catene di fornitura, sugli investimenti e sulle aspettative delle imprese. Ma se ogni due o tre anni appare un nuovo cigno nero, il problema non è più solo quello. Diventa la capacità strutturale del sistema produttivo di assorbire l’incertezza, trasformarla in investimento e rispondere con nuove fonti di produttività.
(…) Non perché manchino le imprese. Al contrario, il Nordest ne ha molte, spesso eccellenti, radicate in competenze industriali profonde e in filiere costruite nel tempo. Ma molte appartengono ancora al ciclo precedente. Un ciclo fondato su manifattura adattiva, subfornitura qualificata, export incrementale, famiglia imprenditoriale, forte controllo dei costi. Quel ciclo ha prodotto ricchezza, occupazione e identità e trasformato territori periferici in piattaforme industriali internazionali. Non va rinnegato, né liquidato con superficialità. Ma oggi non è più sufficiente per garantire il prossimo salto.
(…) Per questo dobbiamo iniziare a ragionare sulle imprese rilevanti per il prossimo ciclo, le imprese che io chiamo “cycle-relevant firms”. Sono aziende capaci non solo di produrre bene ma di spostare in avanti la frontiera produttiva e tecnologica. Imprese che generano nuove competenze, attraggono capitale umano qualificato, integrano tecnologia e servizi, scalano sui mercati internazionali e diventano piattaforme per altre imprese. Non sono necessariamente grandi fin dall’inizio, né appartengono a un solo settore. Possono nascere nella manifattura, nei servizi avanzati, nella ricerca applicata o nell’intersezione tra industria e digitale. Ciò che le rende decisive è la loro capacità di aprire un nuovo ciclo di possibilità per il territorio che le ospita.
(…) Serve una nuova infrastruttura imprenditoriale capace di generare, attrarre e far crescere le imprese del prossimo ciclo. Perché il vero rischio non è perdere la manifattura. Il vero rischio è restare dentro una manifattura che produce molto, ma cattura troppo poco del valore che il mondo oggi remunera.