Da Bruxelles a Belluno: la scommessa bio di Fattore Dolomiti

È una crescita continua, come quella delle sue mele, per Francesca Terribile, titolare dell’azienda agricola Fattore Dolomiti. Fondata nel 2018 a Cavessago, a due passi dal centro di Belluno, qui si possono trovare mele, fagioli e piccoli frutti, coltivati con metodo biologico ma anche trasformati come succhi, composte e confetture. Un progetto in continua evoluzione, tra investimenti e sperimentazioni, arrivato lo scorso anno a produrre 20 tonnellate di mele in un ettaro e mezzo di filari. 

Una storia recentissima, per i tempi agricoli se non altro, ma molto soddisfacente, sia per il palato che per la fondatrice stessa, arrivata quasi da zero a trasformare il terreno di famiglia in una vera e propria azienda. Il passato della Terribile è infatti ben distante dai campi ai piedi del Col Visentin. 

Dopo il liceo classico, passa alla facoltà di Scienze politiche all’Università di Bologna. Ottenuta la laurea, inizia così ad occuparsi di progettazione comunitaria a Bruxelles, prima di ritornare in Emilia Romagna per lavorare nella valorizzazione delle aziende e della loro internazionalizzazione. Dopo tutti questi anni lontano da casa, Terribile sceglie di mettere l’esperienza accumulata a servizio dell’azienda del padre, un import – export di elettrodomestici. L’evoluzione del settore, compresa la crisi del 2008, le fanno però valutare un eventuale piano B.

«L’ispirazione l’ho avuta da alcuni amici – racconta la titolare –. Avevamo una campagna vergine di quattro ettari, con un potenziale enorme secondo l’agronomo. Ho fatto così la proposta ai miei famigliari: mettere il terreno a reddito a patto di tenerlo ordinato». Così, nel 2018, con un investimento da 100 mila euro inizia la propria attività nel mondo agricolo. «È iniziato tutto con il meleto nel 2020. Ho approfittato della quarantena per svolgere i corsi di formazione. Nel 2023 e nel 2024 abbiamo ampliato la produzione, aggiungendo i fagioli e una coltivazione di piccoli frutti». 

Il tutto seguendo il metodo biologico. «Crediamo profondamente nell’agricoltura sostenibile, etica, pulita, che preservi il territorio e tutto quello che ci va intorno». Non sono certo esclusi i trattamenti, anzi. Restano infatti l’attività più dispendiosa, usando solo prodotti di origine naturale, per i quali bisogna sottostare a controlli periodici per ottenere la certificazione biologica. 

Sforzi che vengono interamente ripagati dalla qualità dei prodotti. «Vendiamo specialmente nei negozi, nei rifugi e negli agriturismi – racconta Terribile –. Abbiamo comunque molti clienti privati e anche fruttivendoli. Collaboriamo inoltre con i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) per efficientare la distribuzione. Per quanto riguarda il fatturato, lo scorso anno è stato di 30 mila euro. Tutti usati per coprire le spese o reinvestiti». 

L’attività è infatti in costante evoluzione: «Abbiamo un altro campo di quattro ettari verso il centro di Cavessago, per il momento tenuti a riposo. Vorrei poi sperimentare nuovi prodotti con i gelsi da mora e il rabarbaro. Mi piacerebbe inoltre ampliare la produzione con altri trasformati, come bevande analcoliche a base di frutta e verdura. Infine, abbiamo in programma la costruzione di un immobile che funga da cella, laboratorio e negozio per le vendite». 

Tutto questo lottando contro le difficoltà che comporta avere una ‘fabbrica a cielo aperto’, cambiamento climatico in primis. Il grande caldo delle ultime estati, infatti, non aiuta per nulla le coltivazioni. «Il segreto è dargli tanta acqua», svela Terribile. Un trucco reso possibile grazie a un sistema di irrigazione all’avanguardia, gestibile da remoto. «Lungo ogni filare corre un tubo dell’acqua, che permette una irrigazione capillare e senza spreco d’acqua. Possiamo controllare il tutto tramite un’applicazione sul telefono, per regolarci in base alle piogge o ai periodi di siccità». 

Tuttavia non sono solo le alte temperature il problema, bensì tutto ciò che ne consegue: «Caldo e umidità chiamano funghi. Negli ultimi anni la meli-coltura soffre di patologie fungine che sono nuove e poco conosciute, e quindi anche difficili da tenere sotto controllo. Il vero problema è che per alcune tipologie non esistono ancora dei protocolli efficaci in biologico.  Resta quindi fondamentale fare sistema con le altre aziende del settore per affrontare queste sfide insieme». 

A fronte di ciò, uno degli strumenti di cui si può disporre è il Biodistretto Terre Bellunesi, un’associazione di volontariato e un progetto di comunità che promuove l’agricoltura biologica, la gestione sostenibile delle risorse comuni, la valorizzazione del consumo consapevole e delle produzioni locali. Nata nel 2025, dopo una lunga gestazione supportata da un nutrito gruppo promotore, coinvolge non solamente produttori biologici, ma anche GAS, istituzioni locali, centri di ricerca, scuole, privati cittadini e altre tipologie di aziende come fattorie e cooperative sociali . 

«Ho aderito a questo progetto dal 2024 e dallo scorso anno sono entrata a far parte del direttivo. Al momento ci aiutano a perseguire questi obiettivi due progetti di cui il Biodistretto delle Terre Bellunesi è partner e beneficiario. Uno finanziato dal Masaf (Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, ndr) e l’altro dalla Fondazione Cariverona». 

Nell’ambito delle azioni promosse da questi progetti, le più significative per fronteggiare le sfide agronomiche a supporto delle aziende agricole sono dei cicli di consulenze, attivate con agronomi specializzati, e uno sportello che raccoglie le difficoltà sia agronomiche che amministrativo-burocratico delle aziende stesse, mettendo in campo delle competenze e delle azioni a supporto per superarle.