DBA Group, la montagna che genera multinazionali

Nato nel 1991 come studio di ingegneria a Santo Stefano di Cadore, cresciuto per acquisizioni e apertura del capitale fino alla quotazione in Borsa nel 2017, oggi DBA Group è una delle prime dieci realtà italiane capaci di passare dall’ingegneria dell’opera all’ingegneria del sistema.

C’è una domanda che Francesco De Bettin, presidente di DBA Group, si è sentito porre più volte: perché proprio qui, nel bellunese, tra le valli del Comelico e le Dolomiti venete, nascono realtà imprenditoriali che finiscono per pesare a livello internazionale, fuori scala rispetto al territorio che le ha generate? La sua risposta parte da una condizione materiale precisa: la scarsità.

«Nel settore primario di montagna le risorse sono sempre state poche, spiega De Bettin, non era permesso l’errore: chi sbagliava una stagione pagava caro». È una selezione che nel tempo ha prodotto una mentalità precisa: cura, precisione, capacità qualitativa, spirito di sacrificio, creatività. «Posto che vai, mentalità che trovi», sintetizza il presidente. Ed è la stessa mentalità, sostiene, che nel 1991 ha portato quattro fratelli, i De Bettin (Daniele, Francesco, Raffaele e Stefano), ad aprire uno studio di ingegneria a Santo Stefano di Cadore, senza sapere che trentacinque anni dopo quella sigla, DBA, De Bettin Associati, sarebbe diventata una holding quotata su Euronext Growth Milan, con oltre 1.100 tra dipendenti e collaboratori, sedi in 9 paesi e un valore della produzione 2025 di circa 130 milioni di euro, per il 40 per cento generato all’estero.

Il nome non è mai cambiato, nemmeno quando la dimensione dell’azienda lo ha reso quasi irriconoscibile rispetto alle origini: una scelta di continuità, in un settore abituato a ridefinirsi a ogni passaggio societario. Anche la sede legale è rimasta in provincia di Belluno: DBA non ha mai sentito il bisogno di “scendere in pianura” per crescere.

Il salto di scala, però, non è solo una questione di fatturato. È di mestiere. «Facciamo ingegneria integrata, fisica e digitale, racconta De Bettin, l’80 per cento del business resta ingegneria dell’opera in senso classico: progettazione e assistenza alla realizzazione. Ma il restante 20 per cento, quello su cui investiamo in ottica imprenditoriale, affronta il tema sistemico, con l’ambizione di contribuire a creare mercati nuovi». È il passaggio, teorizzato dal gruppo, dall'”ingegneria dell’opera” all'”ingegneria del sistema”: non più solo progettare un’infrastruttura sicura e durevole, ma gestirne l’impatto nel contesto in cui si colloca, lungo l’intero ciclo di vita, un concetto che dal 2021, con il Green Deal, si è tradotto nei tre assi della transizione digitale, energetica ed ecologica.

Alcuni progetti recenti danno la misura di cosa significhi, in pratica, questo salto di mestiere. Il primo è il supercalcolatore Leonardo del Cineca, al Tecnopolo di Bologna, di cui DBA ha curato la progettazione degli impianti elettrici e meccanici, contribuendo alla realizzazione di un’infrastruttura ad alta efficienza energetica, progettata per soddisfare i requisiti più avanzati oggi richiesti ai grandi data center europei

Il secondo caso va oltre la singola opera. A Milano, la collaborazione tra A2A, Retelit e DBA ha reso possibile il recupero del calore di scarto prodotto dal data center Avalon 3 di Via Bisceglie. Il calore recuperato è stato immesso nella rete di teleriscaldamento per le abitazioni del territorio circostante. Un data center che scalda le case: è l’idea di infrastruttura come nodo di un sistema, non come opera isolata.

La stessa logica torna nei porti: dal 2016 DBA ha progettato oltre venti impianti di elettrificazione delle banchine (il cold ironing, che permette alle navi ormeggiate di spegnere i motori e alimentarsi da terra invece di bruciare carburante) da Trieste a Civitavecchia, da Taranto a Napoli, molti nell’ambito del Pnrr. E c’è infine il digitale puro: VIVO, la piattaforma proprietaria di gemello digitale che, grazie a sensori, dati e intelligenza artificiale, permette di monitorare in tempo reale infrastrutture energetiche, portuali ed edifici, prevedendo guasti e sprechi prima che si verifichino.

Non è solo un gruppo da data center e infrastrutture energetiche, però. DBA lavora anche su edifici più familiari, investimenti immobiliari, a chi non mastica di ingegneria impiantistica: dalla sede storica della Rai in viale Mazzini a Roma agli stabilimenti produttivi di gruppi come Stellantis e Nestlé Waters, fino agli ospedali e ai centri di ricerca farmaceutica. È il portafoglio più tradizionale del gruppo, quello che ancora oggi pesa per la maggioranza del fatturato.

Sono tasselli di una strategia che il gruppo chiama servitizzazione: non vendere solo un progetto, ma affiancare il cliente nella gestione dell’asset nel tempo, con ricavi più continuativi. Un modello applicato su un portafoglio che, secondo gli ultimi risultati diffusi, nel 2026, conta circa 76 milioni Euro in servizi di ingegneria e architettura e 52 milioni di Euro in servizi ICT, con clienti come TIM, Enel, Terna, Poste Italiane, Fastweb, Open Fiber, Snam e Autostrade per l’Italia.

C’è però un paradosso che De Bettin non nasconde, e che riguarda da vicino il territorio che ha generato l’azienda. Il Nordest è un grande produttore di cervelli, un bacino Stem di qualità riconosciuta, ma quel capitale umano fatica a restare. «Secondo le nostre stime interne su cento laureati formati dal territorio, il 70 per cento se ne va, il 36 per cento verso l’Emilia Romagna e la sua Motor Valley, il resto all’estero». Non è solo questione di stipendi, dice il presidente: «Le nuove generazioni cercano una qualità della vita che il nostro sistema oggi non riesce a offrire». Per non perdere quote di mercato, DBA ha aperto nel 2024 una filiale a Tirana, in Albania, assumendo una cinquantina di ingegneri: non più solo esportare progetti dal Veneto, ma andare a cercare altrove i talenti che la valle non riesce più a trattenere.

L’internazionalizzazione segue una logica di opportunità (e perché no, anche di fortuna) più che pianificata a tavolino. La Spagna, con la recente acquisizione di Proyectos IFG, resta un mercato prioritario; l’Egitto, tramite la controllata SJS Engineering Srl acquisita nel 2018, ha portato DBA a progettare tre porti tra Suez e Alessandria; nel 2015, con il supporto del Fondo Italiano di Investimento – entrato nel capitale di DBA Group nel 2011- il gruppo ha acquisito una società di ICT (Actual IT dd) in Slovenia, estendendo poi la presenza fino al Mar Nero, alla Georgia e all’Azerbaigian, dove ha progettato edifici e ha curato la digitalizzazione del porto di Baku. Un’espansione costruita, come dice De Bettin, «in maniera congruente con l’oggetto sociale»: un susseguirsi di occasioni colte una alla volta, con lo stesso pragmatismo di chi in montagna non può permettersi di sbagliare la stagione.

Il gruppo si colloca oggi tra le prime cinque società di ingegneria private e indipendenti in Italia (dietro solo alle grandi realtà pubbliche). Nei prossimi mesi arriverà il piano strategico 2026-2031, che il presidente anticipa punterà a consolidare il ruolo di abilitatore delle transizioni digitale, energetica ed ecologica. Resta, sullo sfondo, l’immagine con cui De Bettin racconta le origini più remote: due ingegneri e due architetti – i genitori dei fondatori – che costruirono una mongolfiera perfetta, calibrando le zavorre per trovare la quota giusta senza perdersi. Una metafora non casuale, non banale: DBA nasce, dice il presidente, dallo stesso spirito che in tutto il bellunese ha fatto fiorire imprese capaci di guardare oltre la valle. La sfida, oggi, è che quella capacità di generare talento e radicarlo.