Il numero della rivista Cai di maggio è intitolato ‘Montanari’. Il primo pensiero, lo ammetto, è stato che finalmente si usciva da storie di alpinismo che nulla hanno a che fare con una cultura della montagna sostenibile.
Perciò, a differenza degli altri numeri, decido di leggere. Soprattutto la parte riguardante “Giovani che costruiscono un futuro in montagna”: parto piena di speranza, finisco rassegnata.
Contiene infatti una serie di storie, tutte con la stessa impronta: giovani che sognano di fare i malgari, gli allevatori, aprono un forno di comunità (per il Bellunese). E sia chiaro: sono esperienze preziose, necessarie in territori sempre più abbandonati.
Ma se si parla di giovani, montagna e futuro, questo è anche uno degli stereotipi che dovremmo iniziare a superare. Mauro Varotto lo ha spiegato bene di recente: oggi i nuovi abitanti della montagna sono anche persone che la vivono solo per alcuni periodi dell’anno, lavoratori da remoto, professionisti impiegati altrove. Magari persino progettisti di sottomarini.
Insomma, non sono né solo (seppur indispensabili, lo ripeto) allevatori e coltivatori in fuga dal posto fisso in città per ritrovare i mestieri di un tempo né solo professionalità con un’alta formazione che possono permettersi di scegliere cosa fare.
Nel mezzo c’è un universo di ragazze e ragazzi pieni di idee, profondamente legati al territorio e desiderosi di essere riconosciuti come intraprendenti, se qualcuno decide davvero di investire su di loro. È di questo che bisognerebbe parlare. A loro bisognerebbe dare voce.
Andare in montagna non può significare solo riscoprire il valore della terra: bisogna far passare l’idea che qui si possa costruire un futuro in qualsiasi ambito, compatibilmente con le possibilità del territorio. E questo va fatto capire ai giovani, ma anche alla politica, che dovrebbe iniziare a garantire il contorno necessario: servizi, finanziamenti, semplificazione burocratica. In una parola, futuro.
Ecco, accanto alle storie di ripartenza tra i pascoli, mi sarebbe piaciuto leggere anche qualcosa di diverso.