Gianluca Toschi ripercorre i cambiamenti nell’economia globale che richiedono al Nord Est di aggiornare il proprio modello di sviluppo. Se, nel dopoguerra, lo sviluppo in questa porzione d’Italia si è coagulato intorno ai distretti industriali caratterizzati da manifattura diffusa e da tante piccole e medie imprese dove la capacità di produrre e l’esperienza erano gli assi portanti, gli ultimi 30 anni hanno visto rallentare questo modello. Complici i mutamenti della globalizzazione e le innovazioni tecnologiche, oggi, scrive Toschi sul sito della Fondazione Nord Est
Cambia anche la natura dell’innovazione. L’esperienza accumulata nei reparti produttivi resta importante, ma non basta più. Automazione, software, elettronica, nuovi materiali e intelligenza artificiale richiedono competenze scientifiche, investimenti e rapporti più stretti con università e centri di ricerca. In questo contesto la piccola dimensione aziendale può diventare un limite quando impedisce di sostenere investimenti complessi o di attrarre competenze specialistiche. Anche il capitale umano diventa più importante. Il Nord Est conserva una quota di laureati relativamente bassa nel confronto europeo e incontra crescenti difficoltà nel trattenere e attrarre giovani qualificati. Nel frattempo cambia la stessa composizione dell’occupazione. Il peso relativo della manifattura si riduce e aumenta quello dei servizi. Non è necessariamente un segnale di declino: ricerca, progettazione, software e consulenza, tutte attività ascrivibili al mondo dei servizi, possono rafforzare il sistema industriale.
Le tensioni geopolitiche hanno portato a riconsiderare le catene del valore troppo lunghe in favore della sicurezza degli approvvigionamenti. Un’opportunità per il sistema produttivo locale organizzato ancora in filiere articolate e dotato di densità industriale.
Scrive Toschi:
Il know-how manifatturiero costruito nel tempo rimane una risorsa decisiva, ma deve essere integrato con conoscenze scientifiche, digitali e organizzative. Università, imprese, centri di ricerca, istituti tecnici e sistema della formazione devono diventare parti di uno stesso ecosistema.
La sfida non consiste quindi nell’avere semplicemente più fabbriche, ma nel costruire un sistema nel quale manifattura e servizi avanzati si rafforzino reciprocamente e producano occupazioni qualificate.
Il paradosso odierno sta nelle imprese che non trovano personale qualificato mentre chi quelle qualifiche le possiede programma altrove (quasi sempre in Europa) il proprio percorso professionale e di vita. Per cogliere le opportunità, sostiene il ricercatore, è necessario guardare anche agli aspetti sociali dell’economia.
… il territorio assume un significato nuovo. Non può essere soltanto il luogo nel quale le imprese trovano fornitori e competenze. Deve essere anche un’infrastruttura sociale, capace di offrire formazione, servizi, abitazioni accessibili e opportunità professionali sufficienti a trattenere e attrarre persone.