30 milioni di euro a sostegno dei giovani laureati veneti e per rafforzare il collegamento tra università, ricerca e imprese. 10 di questi saranno destinati a contributi a favore dei giovani più meritevoli. Nello specifico il top 10% dei laureati magistrali e a ciclo unico delle università venete e dei diplomati ITS, 1.500 talenti in tutto, che sceglieranno di restare in Veneto. Gli altri 20 andranno invece a dottorati industriali e ricerca applicata, con l’obiettivo dichiarato di contrastare la fuga dei talenti e rafforzare la capacità del territorio di trattenerli.

Questi i numeri del piano Stay Veneto, siglato il 3 novembre 2026 tra la Regione e le Università di Padova, Verona, Ca’ Foscari e Iuav di Venezia, per combattere la fuga di cervelli che tanto costa al Nord Est. Un’iniziativa che merita attenzione, ma, come ricorda Giulio Buciuni sul Corriere delle Alpi, va sfruttata nel modo giusto:

Una prima notizia positiva c’è, e non va sottovalutata: si riconosce finalmente la centralità di un problema che non è più rinviabile (…). La mobilità dei giovani rappresenta probabilmente la vera grande urgenza economica del Veneto, non soltanto perché molti se ne vanno, ma anche perché troppo pochi arrivano da Paesi con livelli di sviluppo e formazione comparabili ai nostri. 

(…) A determinare la qualità di un mercato del lavoro sono soprattutto le imprese che lo popolano, le figure professionali che cercano e gli stipendi che sono disposte a pagare. Sostenere economicamente i giovani laureati nelle prime fasi della loro vita professionale è certamente un segnale apprezzabile, ma rischia di trasformarsi in un palliativo se non interveniamo sulla vera dinamica che sostiene il mercato del lavoro, ovvero la qualità della domanda. Non è infatti principalmente un problema di offerta, dal momento che i nostri atenei formano ogni anno migliaia di giovani qualificati, molti dei quali devono poi accontentarsi di prospettive professionali e retributive poco competitive rispetto a quelle offerte da altri Paesi europei. 

(Se ne parlava pochi giorni fa sulle colonne de’ Il Sole 24 Ore).

Bene, dunque, anche i 20 milioni destinati a dottorati industriali e ricerca applicata, soprattutto perché segnano una discontinuità rispetto a gestioni precedenti che poco hanno scommesso su università e ricerca. Ma anche qui, le risorse da sole non bastano. Quali imprese assorbiranno i giovani, e meno giovani, che saranno formati? Quali imprese saranno interessate ad acquistare i risultati della ricerca, a collaborare con i dipartimenti universitari e a investire in nuove competenze e attività ad alto valore aggiunto? 

Il rischio, tutt’altro che remoto, è di finanziare incentivi, borse di studio e ricerca per poi ritrovarsi sostanzialmente al punto di partenza. O, paradossalmente, di formare nuovi professionisti che finiranno per mettere le proprie competenze al servizio di imprese ed economie straniere. Per questo credo che la vera sfida non sia soltanto aiutare i giovani a restare, ma lavorare sulla capacità del Veneto di generare e attrarre imprese competitive, capaci di offrire opportunità professionali e retribuzioni all’altezza delle loro aspettative. Senza affrontare questo nodo, rischiamo di intervenire sulle conseguenze di un problema, lasciandone intatte le cause. 

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