Ogni giorno, feste comandate comprese, una media 220 giovani lascia il Paese perché ha trovato lavoro altrove. Su questi due aerei quotidiani, in decollo soprattutto verso altri Stati europei o il Nordamerica, pullulano i laureati, che sono il 44,2% contro il 30,1% dei coetanei che rimangono. E così il Paese perde 16 miliardi all’anno, il valore dell’investimento pubblico per la creazione di competenze che vanno a generare valore altrove. Nelle analisi sul percorso che dall’istruzione porta all’università e alla ricerca emerge in modo nitido il carattere trasversale delle strategie che andrebbero messe in atto per garantire al Paese una prospettiva di crescita adeguata dopo il Pnrr. È qui il cuore del Rapporto sulle «Leve della crescita», curato da Roberto Garofoli con il supporto dell’Anci. Nella sua sintesi più essenziale, l’idea centrale del Rapporto è che non esistono strategie settoriali in grado di svilupparsi come monadi, e non c’è un confine che separi le misure per lo sviluppo dalle politiche sociali e di welfare, spesso contrapposte nel dibattito pubblico. I capitoli dedicati a istruzione, università e ricerca lo dimostrano. Al vertice della piramide, sostiene il Rapporto, il fenomeno da combattere non è l’emigrazione qualificata in sé, ma il saldo negativo che alla robusta colonna delle uscite affianca numeri troppo esili sul lato delle entrate, perché in termini di attrattività l’Italia è trentaquattresima nei 38 Paesi Ocse.
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