Non un luogo incontaminato da contemplare, né una periferia condannata al declino. La montagna è prima di tutto un territorio abitato, trasformato dalle persone e dalle loro relazioni, attraversato da contraddizioni e cambiamenti. È attorno a questa idea che si è sviluppato Geografie umane: la reazione caparbia, l’incontro del Barch Art Festival che ha portato a Dolomiti Hub lo scrittore Paolo Malaguti e il sociologo Diego Cason, moderati dal documentarista Paolo Maoret.
Un dialogo che ha provato soprattutto a smontare alcuni degli stereotipi con cui si continua a guardare la montagna: quello del “buon ritiro”, della natura incontaminata, del borgo immobile e pittoresco, ma anche quello opposto delle aree interne inevitabilmente fragili, marginali e destinate allo spopolamento.
Provincia non periferia
Paolo Malaguti si è intrattenuto sul modo in cui i territori vengono raccontati e rappresentati. Un primo equivoco da superare, ha osservato, è quello che porta a confondere la provincia con la periferia, attribuendo ai territori lontani dai grandi centri un’idea quasi automatica di marginalità e di minore vitalità culturale. Una lettura che non tiene conto della varietà delle esperienze di molte realtà venete, dove la vita sociale, economica e culturale continua a svilupparsi anche fuori dalle città maggiori.
Da qui il richiamo a quello che Malaguti ha definito il «diritto alla complessità». Rendere un territorio più facilmente riconoscibile o “vendibile” significa spesso semplificarlo, eliminandone contraddizioni, stratificazioni e aspetti meno rassicuranti. È invece proprio nella capacità di accettare la complessità che può nascere uno sguardo meno stereotipato sulla montagna e sulle aree interne.
Le narrazioni, memorie da non disperdere
In questo processo un ruolo decisivo spetta alla narrazione. Malaguti, anche a partire dalla propria esperienza di scrittore e insegnante, ha sottolineato quanto il racconto riesca a creare attenzione e legami con ciò che viene narrato. Ogni paese, ogni frazione, ogni piccolo centro custodisce una quantità di storie che fino a poche generazioni fa venivano trasmesse attraverso le famiglie e le occasioni della vita comunitaria. Oggi quei canali si sono indeboliti e proprio per questo, ha osservato, servono nuovi «fari di narrazione», capaci di raccogliere e rimettere in circolo storie, memorie e conoscenze prima che vadano perdute.
Il racconto, in questa prospettiva, non è nostalgia, ma uno strumento per comprendere il presente e continuare a costruire un rapporto vivo con il territorio
La capacità di interpretare spazi, luoghi e paesaggio
Su un altro versante, Diego Cason ha invitato il pubblico a riflettere sulle parole con cui leggiamo e interpretiamo ciò che ci circonda, distinguendo tra spazio, territorio, paesaggio e luogo. Lo spazio è la dimensione fisica; il territorio è uno spazio abitato e trasformato dall’uomo; il paesaggio è il criterio estetico attraverso il quale guardiamo e interpretiamo quel territorio. Il luogo aggiunge un’ulteriore dimensione: è segnato dalla storia di chi vi ha vissuto, dalle esperienze e dai significati che vi sono stati depositati nel tempo. È in questo senso che Cason ha richiamato il genius loci, definendolo come la «rilevanza spirituale della permanenza della presenza umana in un posto»: ciò che attribuisce scopo, senso e significato a quanto ci circonda. Un luogo, dunque, non deve necessariamente essere bello secondo i canoni estetici del paesaggio per avere valore: può diventarlo per chi vi ha vissuto, lavorato e costruito una parte della propria storia.
Semplificazioni pericolose
Cason ha quindi messo in guardia dalle rappresentazioni semplificate della montagna, spesso costruite attraverso uno sguardo esterno: paesaggi incontaminati, borghi pittoreschi, natura e tranquillità diventano immagini sulle quali vengono proiettati bisogni e aspettative maturati soprattutto nei contesti urbani. Una rappresentazione che rischia di nascondere la complessità dei territori e delle comunità che li abitano.
Il sociologo ha inoltre contestato soprattutto l’idea che il declino delle aree montane sia un fatto naturale o inevitabile. La marginalità, ha sostenuto, è anche il risultato di precise scelte politiche e di un modello fondato sull’economia di scala, che tende a concentrare servizi e opportunità dove vive il maggior numero di persone. Cambiare sguardo sulle aree interne diventa allora anche una questione democratica. “Sapete – ha aggiunto – ciò che distingue una democrazia dall’altra? Il modo con cui guarda gli invisibili”. Da qui anche la critica a una rappresentazione della montagna costruita soprattutto per chi la visita, fino al rischio di trasformare paesi e paesaggi in prodotti da mettere in vetrina. Cason ha però messo in guardia anche dalla facile contrapposizione tra città e montagna: vivere in territori a bassa densità non significa automaticamente costruire comunità più consapevoli o relazioni più autentiche.
Il cemento delle comunità sono le relazioni
Ciò che conta è piuttosto la capacità di creare e mantenere relazioni. Comunità spesso considerate in declino continuano infatti a produrre esperienze, iniziative e relazioni che legano le persone. E proprio questi territori, secondo Cason, possono ancora indicare possibilità fondate sulla sobrietà, sull’equilibrio, su tempi diversi e su una conoscenza più diretta delle risorse e delle opportunità dei luoghi.
Nel finale, i due interventi hanno trovato un punto d’incontro nella necessità di restituire alle comunità la possibilità di immaginare e costruire il proprio futuro. Cason ha richiamato alcune proposte concrete per contrastare la marginalizzazione delle aree interne, facendo sue alcune delle idee di Franco Arminio per salvare i paesi: creare luoghi di cultura e trasmissione dei saperi, riconoscere anche economicamente il lavoro di chi si prende cura di boschi, sorgenti e pascoli e privilegiare giovani e famiglie negli interventi di recupero e manutenzione. Un modo per ribadire che l’emarginazione dei territori non è un destino inevitabile, ma una condizione sulla quale è possibile intervenire.
Giovani e futuro
Malaguti ha portato lo stesso ragionamento sul terreno delle nuove generazioni: qualsiasi progetto di rilancio di un territorio, ha sostenuto, deve partire da un investimento sui giovani, non soltanto economico, ma dal loro riconoscimento come interlocutori capaci di assumersi responsabilità e immaginare il futuro. Inseguire continuamente l’idea che il passato fosse più autentico rischia invece di togliere dignità al presente e alla possibilità dei giovani di trasformarlo. Questo è il loro tempo: occorre dare fiducia al presente, anziché consegnare alle nuove generazioni soltanto il rimpianto di ciò che è stato.
È forse qui che prende forma la “reazione caparbia” evocata dal titolo dell’incontro: non nella nostalgia per una montagna che non esiste più, ma nella capacità di chi la abita di continuare a raccontarla, interpretarla e trasformarla, mantenendo vivi i legami tra persone, memoria e territorio.
L’incontro si è svolto nell’ambito della seconda edizione del Barch Art Festival, in programma a Fonzaso dal 7 al 12 settembre e dedicata quest’anno al tema Paesaggi autentici. Il Festival nasce dall’esperienza di Barch Art, il progetto avviato nella piana di Fonzaso con la direzione artistica di Ivan Tresoldi: un percorso ciclopedonale nel quale i barch, le caratteristiche architetture rurali legate alla storia agricola del territorio, sono diventati luoghi di intervento artistico e poetico. Le installazioni dialogano con edifici, prati e paesaggio, ma anche con le persone, le memorie e le trasformazioni che nel tempo hanno segnato la piana. Da questa esperienza il Festival allarga lo sguardo, mettendo in relazione arte, cultura, ambiente e comunità attraverso incontri, laboratori, passeggiate e momenti di confronto dedicati ai modi in cui i territori di montagna possono essere letti, abitati e trasformati.