Trenta milioni di euro per convincere i giovani a costruire il proprio futuro in Veneto. Il progetto Stay Veneto, promosso dalla Regione insieme alle università, va nella direzione giusta. Lo dicono tutti, e va bene così. Investe sulle competenze, avvicina ricerca e imprese, prova a contrastare una perdita di capitale umano che rischia di indebolire la competitività del sistema produttivo. Ma – e qui viene il punto – pone una domanda che anticipa tutte le altre: perché un giovane dovrebbe scegliere di restare? E, ancora di più, di venire da altri luoghi a vivere e lavorare qui, tra le Dolomiti e la Laguna?
L’amico Giulio Buciuni, in un editoriale pubblicato oggi sui quotidiani del Gruppo NEM, ha indicato con precisione uno dei limiti del piano: il problema non è soltanto l’offerta di competenze, ma la capacità delle imprese di generare una domanda di lavoro qualificato, offrendo retribuzioni adeguate e prospettive professionali all’altezza. Senza affrontare la qualità della domanda, rischiamo di finanziare talenti che partiranno comunque. O, nel migliore dei casi, di trattenerli temporaneamente prima che qualche altra economia li assorba stabilmente.
È un’osservazione condivisibile. Vorrei però aggiungere un altro pezzo a questo puzzle, sicuramente complesso. A mio aviso, c’è un terzo livello del problema, che le politiche di attrazione dei talenti – e di coesione territoriale più in generale – raramente affrontano. Riguarda la geografia culturale dello sviluppo.
Il Veneto produttivo – come molte aree interne, montane e della provincial più o meno profonda – ha costruito la propria prosperità su un’identità precisa: il lavoro manuale qualificato, la piccola impresa, il saper fare artigianale elevato a sistema industriale. Quella rete di PMI non è un residuo del passato, sia chiaro: è ancora oggi il tessuto economico di molte province, con un peso culturale che va ben oltre le statistiche occupazionali. Il lavoro in fabbrica, in officina, nel laboratorio artigiano ha dato per decenni riconoscimento sociale, identità di mestiere, appartenenza comunitaria. Ha significato sviluppo, progresso e benessere. Poi qualcosa è cambiato. La globalizzazione ha spostato altrove parti crescenti della produzione. La tecnologia ha sostituito competenze che sembravano inamovibili. I figli hanno studiato più dei padri, e spesso sono andati a lavorare lontano. Il territorio ha continuato a produrre, ma ha smesso di essere ovvio che farlo qui, in questo modo, con queste persone, fosse ancora la scelta migliore. La promessa che aveva tenuto insieme lavoro, identità e futuro si è fatta più incerta. Si è rotto il meccanismo che ha funzionato benissimo nel dopoguerra: lavoro-salario-potere d’acquisto-benessere-riconoscimento sociale. Di più: è come se il futuro e il progresso appartenessero ad altri luoghi, vale a dire ai grandi hub metropolitani.
Questa è la variabile che le politiche come Stay Veneto tendono a trascurare. Le comunità non si trasformano per effetto degli incentivi economici se la narrazione collettiva prevalente è quella di un territorio che appartiene al passato, o che guarda al futuro con sospetto. In molte aree della provincia veneta convive una duplice tensione: da un lato, la consapevolezza che qualcosa sta cambiando e che le nuove generazioni devono attrezzarsi diversamente. Dall’altro, una percezione profonda che il cambiamento significhi perdere qualcosa di essenziale: l’identità di chi sa fare le cose con le mani, la dignità di un lavoro concreto, il senso di appartenenza a una comunità che si riconosce in un modo specifico di stare al mondo.
Chi ha studiato le dinamiche politiche ed emotive delle comunità in declino industriale – dagli Appalachi americani alle città della Rust Belt europea – ha mostrato con chiarezza che il malessere dei “luoghi che non contano” non riguarda solo la mancanza di posti di lavoro. Riguarda la perdita di riconoscimento: la sensazione che ciò che si sa fare, ciò in cui si è stati bravi, ciò che ha dato significato alla propria vita e a quella della propria comunità non valga più nulla agli occhi del mondo. E quando una comunità interiorizza questa percezione, smette di immaginarsi un futuro credibile. Il risultato non è necessariamente una domanda di cambiamento: è spesso una domanda di continuità, di difesa di ciò che resta, di diffidenza verso qualsiasi proposta che arrivi dall’esterno. Di chiusura nostalgica. Di richiesta di protezione verso un nemico immaginario.
I programmi europei e regionali per lo sviluppo dei territori hanno spesso fallito non per mancanza di risorse, ma perché hanno ignorato proprio questa dimensione. Hanno finanziato competenze senza modificare la narrazione collettiva. Hanno proposto innovazione senza spiegare come quella innovazione si connettesse alla storia e all’identità del luogo. E le comunità hanno vissuto quegli interventi come qualcosa di esterno, deciso altrove, secondo priorità stabilite da altri.
La qualità della domanda di lavoro, come suggerisce Buciuni, è sicuramente un aspetto decisive. Ma c’è anche un’altra pre-condizione: cambiare la storia che una comunità racconta di sé stessa e del proprio futuro. Creare le condizioni perché un giovane che cresce in provincia possa immaginare di costruire qualcosa di rilevante senza dover scegliere tra il proprio territorio e le proprie ambizioni. Fare in modo che restare non sia un ripiego, e che arrivare sia una scelta.
Senza questo lavoro, anche “Stay Veneto” rischia di essere un’ottima politica di offerta in un contesto culturale che non l’ha ancora preparata a ricevere. La Regione Veneto ha avvitato un percorso. Giulio Buciuni ha indicato il problema della domanda. Manca ancora il lavoro sulle fondamenta: la fiducia collettiva che rende credibile qualsiasi promessa di futuro.
Articolo originariamente pubblicato su Il futuro ad alta quota.